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Ascolta l'arte e mettila da parte
di Eveline Baseggio
L’ARTE DEL VEDERSI. DONNE ALLO SPECCHIO TRA TIZIANO E PICASSO.
21 aprile 2025
USCITA N.10
Cosa rende un capolavoro… un capolavoro?
Perché ci sono opere d’arte dalle quali non riusciamo proprio a staccare gli occhi?
Le ragioni sono tante, certo. A volte è la maestria tecnica dell’artista a lasciarci senza fiato, come nel caso del David di Michelangelo.
Altre volte è il mistero che avvolge un volto, come quello della Mona Lisa.
Ma con Tiziano… ah, con Tiziano è tutta un’altra storia. Secondo me, è la sensualità della sua pittura ad agire, quasi fisicamente, sui nostri sensi.
Ogni volta che mi sono trovata davanti alla sua Venere allo specchio, oggi alla National Gallery of Art di Washington, ho avuto la stessa identica reazione: restare lì, ferma, inchiodata. Incantata.
E non sono l’unica: quest’opera è una delle più amate e riprodotte del maestro veneziano. Ne esistono almeno una trentina di versioni, realizzate all’interno della bottega, per non contare copie e rielaborazioni di artisti che hanno ammirato Tiziano nei secoli.
Ma cos’ha di tanto speciale questa Venere?
La prima cosa, per me, è la sua capacità di stuzzicare i sensi. E non solo la vista.
Il primo senso che si risveglia in me quando la guardo è il tatto.
Sento un desiderio — quasi irrefrenabile — di toccare la tela.
Vorrei sfiorare quella sontuosa giubba di velluto rosso, bordata di pelliccia, che Venere cerca di trattenere con la mano.
Vorrei appoggiare la mia mano sulla sua pelle diafana, come fa il piccolo cupido accanto a lei, ed appurare se è liscia e morbida come sembra.
Vorrei accarezzare i tessuti: il drappo di seta blu che l’altro amorino ha appena spostato dallo specchio…
Ovviamente, è la vista ad alimentare questo desiderio, e Tiziano lo sa bene.
Colori caldi, avvolgenti — il rosso cupo, l’oro, il marrone — che ci fanno sentire vicini, quasi fisicamente, a Venere.
E poi i dettagli: i ricami della giubba, i gioielli, gli oggetti nelle mani degli amorini. Tutto è reso con una tale meticolosità da sembrare vero.
E dopo il colpo ai sensi, ecco che arrivano le domande:
Chi è questa donna? Cosa sta facendo?
– MUSICA –
Già ai tempi di Tiziano, il soggetto era noto come Venere allo specchio.
E la sua nudità non deve sorprenderci: Venere, o Afrodite per i greci, è la dea dell’amore e della bellezza, ed è spesso raffigurata così — nuda o seminuda, intenta a coprirsi in quel gesto pudico che conosciamo bene. Spesso è cantata in poesie o ritratta in mosaici seduta alla sua toeletta ed intenta ad adornarsi o guardarsi allo specchio, come nello splendido mosaico del IV secolo nel museo di As-Suwayda in Siria. In quel caso l’associazione di Venere ad una bellissima perla è rinforzata dal fatto che essa siede all’interno di una conchiglia dischiusa e sorretta da tritoni.
Ma Tiziano fa qualcosa di più: porta la dea antica nel suo presente.
La trasforma in una donna veneziana, bellissima, colta in un momento privato nella sua camera da letto.
Una scena intima, quasi rubata — come suggerisce quella tenda verde scostata sulla sinistra.
Siamo noi, gli spettatori, ad essere invitati a sbirciare. E anche se lei distoglie lo sguardo, il desiderio di avvicinarci resta fortissimo.
Come spesso accade nei quadri di contenuto allegorico-mitologico come questo, ci sono vari livelli di lettura, non sempre facilmente distinguibili l’uno dall’altro.
Il più evidente? Quello erotico.
Molti studiosi hanno ipotizzato che dietro a certe figure mitologiche sensuali si celino i volti di famose cortigiane — le uniche donne autorizzate a posare per gli artisti, tra l’altro.
E sì, Tiziano ha lavorato spesso con loro.
Ma c’è di più.
Questa Venere non è solo un corpo desiderabile. È anche un ideale di bellezza.
Una bellezza perfetta, costruita sui canoni poetici dell’amore cortese — i capelli biondi, la pelle pallida, le labbra rosse.
Come scriveva il patrizio veneziano Pietro Bembo, in uno dei suoi sonetti:
“Dei capelli biondi e ricci, che sembrano ambra chiara e pura e che tu fai ondeggiare e volare al vento sul viso candido come neve; due occhi dolci e più luminosi del sole, tali da illuminare a giorno anche la notte più oscura; un sorriso, che acquieta ogni dura e aspra pena; dei rubini [il rosso delle labbra] e delle perle [il bianco dei denti], da dove escono parole così dolci che l’anima non desidera altro bene; una mano d’avorio, che stringe e rapisce i cuori.”
La bellezza della Venere di Tiziano non è quindi una bellezza comune, fine a sé stessa, ma una bellezza ideale, con una valenza filosofico-spirituale. Così come tutte le belle virtuose descritte ed osannate dai poeti, anche le belle di Tiziano hanno la capacità, con il potere della loro bellezza, e dell’amore che essa suscita, di elevare lo spirito di chi le ama e le ammira, e avvicinarlo alla sfera divina, secondo un tipo di lettura definito nel Rinascimento neoplatonico. La filosofia neoplatonica riconosceva all’amore, quello puro, per un oggetto virtuoso, la capacità di portare l’amante più vicino a Dio. E se Venere è una dea, allora chi la guarda con amore sincero… si avvicina al divino.
– MUSICA –
Ma non finisce qui. Al di là di una lettura erotica e filosofica, c’è anche una lettura morale.
La bellezza, così come la gioventù, che solitamente ad essa si accompagna, sono per natura effimere e destinate a sfiorire. Per questo si apprestano a diventare metafore del tempo che passa, dell’inevitabilità della morte, della vanità di tutti i piaceri associati ai sensi.
Il fatto che Venere si osservi compiaciuta allo specchio è di per sé espressione evidente di vanità. Lo specchio è comunemente un oggetto di connotazione piuttosto ambivalente: simbolo di prudenza e di coscienza, può diventare all’opposto un segno di vanità e superbia, il primo dei sette peccati capitali. La superbia sta alla radice di ogni vizio, si manifesta come una forma di autocompiacimento, di amore ossessivo verso sé stessi, è il volersi sostituire a Dio: in poche parole, è il peccato commesso da Lucifero.
E quindi: chi è davvero questa Venere? Una seduttrice vanitosa o un ideale spirituale?
Tiziano ci lascia in bilico.
Se ci spostiamo avanti nei secoli, troviamo un’eco di questo stesso tema in un’opera di Picasso, esposta al MoMA: Ragazza davanti allo specchio.
Anche se la donna ha perso i connotati divini e non è accompagnata da amorini, il dipinto condivide con la tela tizianesca l’evidente sensualità di soggetto e trattamento pittorico. La scena che si apre di fronte a noi è un tripudio di colori e forme, che crea un’atmosfera insieme intima ed avvolgente.
Come nel caso di Tiziano, ci viene immediatamente da chiederci chi sia questa giovane donna e cosa stia facendo. Sebbene sappiamo che la donna in questione è la giovane amante di Picasso, Marie-Therese Walter, colta dell’atto di guardarsi allo specchio, il significato dell’immagine rimane elusivo. Soprattutto perché quello che lo specchio riflette è di natura diametralmente opposta al ritratto di Marie-Therese.
Mentre la giovane è attraente, con un profilo delicato e uno spirito solare, come suggerito dalla maschera del sole che completa il suo volto; la figura riflessa nello specchio sembra molto diversa, più cupa ed ambigua, i colori sono spenti, il volto sembra associato alla luna e il corpo sciupato. È come se Marie-Therese guardandosi allo specchio vedesse un’immagine di sé completamente diversa da quella che noi percepiamo di lei, forse il riflesso del suo inconscio, delle sue angosce e paure.
E allora la domanda è: Chi vediamo, quando ci guardiamo allo specchio?
L’atto stesso del guardarsi provoca uno sdoppiamento di personalità, tra quello che percepiamo e quello che oggettivamente osserviamo. Vi capita mai di percepire una distanza emotiva tra come pensate di essere e l’immagine riflessa nello specchio? Magari non siamo così attraenti come pensiamo, e tutti i difetti vengono alla luce brutalmente; in altri casi l’immagine ci comunica il contrario, ci fa sembrare molto meglio di quello che pensiamo di essere.
Ecco il punto in cui Tiziano e Picasso si toccano.
Entrambi ci raccontano lo stesso scarto: tra ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere…
e ciò che gli altri vedono in noi. Perché alla fine, c’è sempre un terzo sguardo: quello dell’osservatore. Il nostro. Nel momento in cui osserviamo, diventiamo parte dell’opera.
Uno specchio nello specchio. E il significato del dipinto non è più solo nella tela… ma anche in noi.
Sia Marie-Therese che la modella di Tiziano erano consapevoli, quando hanno posato, che il loro volto e corpo sarebbe stato accessibile ad osservatori estranei che le avrebbero ammirate e giudicate nel corso dei secoli. Così come il nostro senso di identità è costruito su tre componenti fondamentali, anche queste immagini lo sono: chi pensiamo di essere, chi siamo oggettivamente e come ci percepisce il contesto esterno.
Opere: Tiziano, Venere allo specchio, 1555 circa, olio su tela, National Gallery of Art, Washington; Venere allo specchio, mosaico romano, IV secolo, Museo Nazionale As Suwayda, Siria; Pablo Picasso, Ragazza davanti allo specchio, 1932, olio su tela, MoMA, New York.
Musiche: Claudio Monteverdi, Pur ti miro (da L’incoronazione di Poppea); Vincenzo Bellini, Casta Diva (da Norma); Arvo Pärt, Spiegel im Spiegel (“Specchio nello specchio”).
Musiche nel podcast: Charles Chaitman
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