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Ascolta l'arte e mettila da parte
&
Le Ultime dallo Stivale

Eveline Baseggio e Eleonora Corradi

IL PRESEPIO: UNA TRADIZIONE TUTTA ITALIANA

USCITA SPECIALE – 20 dicembre 2025 

N.15 – ASCOLTA LARTE E METTILA DA PARTE

N.34 – LE ULTIME DALLO STIVALE 

Il presepio è una delle tradizioni più amate del Natale in Italia. Rappresenta la nascita di Gesù a Betlemme e, allo stesso tempo, riflette la storia, l’arte e la cultura delle regioni italiane. Ogni famiglia lo interpreta a modo suo: c’è chi prepara una scena semplice con poche statuine e chi costruisce interi villaggi in miniatura, con montagne, fiumi e pastori. Ma come è nata questa usanza così radicata nella vita italiana? 

Le origini del presepio.

Il presepio ha origini medievali. Il primo presepio vivente di cui si abbia notizia fu organizzato da San Francesco d’Assisi nel 1223, a Greccio, un piccolo borgo del Lazio. Francesco desiderava far comprendere ai fedeli la povertà e la semplicità della nascita di Gesù: fece quindi preparare una grotta con un bue, un asinello e una mangiatoia, invitando la popolazione a partecipare alla Messa di Natale.

Da quella rappresentazione nacque una tradizione destinata a diffondersi rapidamente. Nei secoli successivi, i frati francescani contribuirono a diffondere l’uso del presepio in chiese e conventi, fino a farlo entrare anche nelle case private, specialmente a partire dal Cinquecento.

Il significato del presepio.

Il presepio non è solo una decorazione natalizia: è un simbolo di pace, accoglienza e comunità. La parola “presepio” (o “presepe”) deriva dal latino praesepium, che significa “recinto” o “mangiatoia”, e richiama il luogo in cui, secondo i Vangeli, fu deposto Gesù dopo la nascita.

Ogni elemento della scena ha un valore preciso. Ad esempio, la grotta rappresenta la semplicità e la povertà del luogo dove nacque Gesù; la stella cometa indica la luce della speranza e della salvezza; i pastori simboleggiano l’umanità semplice che riconosce il mistero del Natale; i Re Magi, invece, rappresentano i popoli del mondo che portano doni al Bambino.

Nelle famiglie italiane, preparare il presepio è un momento di condivisione: spesso i bambini aiutano a posizionare le statuine, e secondo la tradizione il Bambin Gesù viene deposto nella mangiatoia solo la notte del 24 dicembre.

I presepi famosi in Italia.

In ogni regione italiana il presepio assume forme diverse, legate alla storia e alla cultura locale.

Il presepio napoletano è forse il più celebre. Nato nel Settecento, unisce la scena sacra a quella della vita quotidiana dell’epoca: accanto alla Sacra Famiglia si trovano pescatori, venditori di frutta, nobili e musicisti. Gli artigiani dei quartieri di San Gregorio Armeno, a Napoli, sono famosi in tutto il mondo per le loro statuine di terracotta dipinte a mano e per le botteghe aperte tutto l’anno. Il presepio bolognese si distingue per le figure in legno o cartapesta e per la lunga tradizione devozionale nelle chiese della città.

In Sicilia il presepio spesso è ambientato in paesaggi mediterranei, con fichi d’India e case bianche, e sono molto diffusi i presepi viventi nei borghi storici.

Ogni anno, durante il periodo natalizio, molte città italiane organizzano mostre e concorsi di presepi, spesso in collaborazione con l’Associazione Italiana Amici del Presepio e con manifestazioni locali dedicate all’artigianato natalizio.

L’arte e la manifattura delle statuine del presepio.

Le statuine del presepio sono vere opere d’arte. Tradizionalmente vengono realizzate in terracotta, legno o cartapesta, ma oggi si trovano anche in resina o ceramica. A Napoli, gli artigiani di San Gregorio Armeno tramandano da generazioni le tecniche di lavorazione delle figure sacre e profane, con laboratori che esportano in tutto il mondo.

In Puglia, e in particolare a Lecce, è famosa la produzione in cartapesta, usata anche per soggetti sacri in generale e presepi in particolare. A Deruta, in Umbria, la tradizione della ceramica ha dato vita anche a presepi e statuine in maiolica decorata, apprezzati come oggetti da collezione: ogni statuina è modellata e dipinta a mano: i volti hanno espressioni diverse, gli abiti sono realizzati con tessuti veri o con cartapesta sagomata, e gli accessori – cesti, pane, frutta, strumenti musicali – riproducono la vita quotidiana del tempo.

Il presepio oggi: tra tradizione e innovazione.

Il presepio continua a evolversi. Accanto ai modelli tradizionali compaiono presepi moderni, realizzati con materiali riciclati, elementi in metallo o plexiglas, oppure illuminati con sistemi a LED. In molte case italiane il presepio convive con l’albero di Natale, simbolo più recente ma ormai altrettanto diffuso.

Esistono anche presepi tematici dedicati alla pace, all’ambiente o alle migrazioni, presentati in rassegne nazionali e locali, segno che questa tradizione è ancora viva e capace di adattarsi ai valori del presente.

La tradizione del presepio non appartiene solo alla cultura popolare, ma ha ispirato nei secoli anche alcuni dei più grandi artisti italiani. Per questo numero speciale, “Le Ultime dallo Stivale” incontra “Ascolta l’arte e mettila da parte”, dedicata alla storia dell’arte. Nella sezione che segue, Eveline ci accompagna in un viaggio attraverso le prime rappresentazioni artistiche del presepe, mostrando come la Natività sia diventata un tema centrale dell’immaginario medievale e rinascimentale.

L’arte del presepe: da Greccio a Roma

La Nascita di un’Icona: Il Presepe di Greccio nell’Arte di Giotto.

Dal momento che Eleonora ha menzionato l’importanza che San Francesco ha avuto nella diffusione della tradizione del presepe, vorrei iniziare questa mia sezione dedicata all’arte soffermandomi proprio sul Presepe di Greccio.

L’immagine in questione si trova nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi e rappresenta una delle ventotto scene affrescate dedicate alla vita del santo, realizzate da un giovane Giotto tra il 1290 e il 1295. All’epoca non erano passati molti anni dall’evento del 1223, quando San Francesco aveva allestito il primo presepe vivente nella cittadina di Greccio. Tuttavia, l’immagine, come spesso accade nelle narrazioni pittoriche, idealizza l’evento. Cerchiamo di capire in che modo.

La scena realizzata da Giotto prende certamente spunto dalle fonti agiografiche. Le due principali, che l’artista e i suoi committenti francescani conoscevano sicuramente, erano la Vita prima scritta da frate Tommaso da Celano nel 1228-1229, subito dopo la canonizzazione di Francesco, e la Legenda Maior di frate Bonaventura da Bagnoregio, edita nel 1260-1263 e considerata la biografia ufficiale del santo.

In entrambi i testi si parla dell’episodio di Greccio, dando grande enfasi all’entusiasmo dimostrato da Francesco nella sua rievocazione della nascita di Gesù Cristo, ma anche alla viva partecipazione degli abitanti del luogo e all’atmosfera sacra che si viene a creare in quella magica notte. Nessuno dei due autori, però, include dettagli precisi sull’allestimento: dalle loro descrizioni si deduce che la scena viene allestita all’esterno, di notte, e Bonaventura specifica che Francesco fece preparare una stalla. A parte il bue e l’asinello non si parla degli altri attori della vicenda. Erano forse dei fantocci? Certo è che, ad un certo punto dei racconti, uno degli astanti vede San Francesco destare dal sonno il Bambino Gesù, prima addormentato nella mangiatoia.

L’interpretazione teologica di Giotto.

Il dipinto di Giotto si distacca notevolmente dalle fonti agiografiche. L’artista non ambienta la scena all’esterno ma all’interno di una chiesa, per essere precisi nella zona del presbiterio. All’epoca di Giotto, questa sezione, la più sacra, era separata dalla navata principale attraverso strutture murarie o recinti di diversa fattura, chiamati tramezzi. All’interno di questo spazio potevano accedere solo i chierici o i frati, che qui avevano gli stalli del coro.

Nella scena immaginata da Giotto, in via eccezionale, un gruppo di fedeli è stato ammesso al di là del tramezzo. Essi assistono alla messa dall’interno del presbiterio accanto ai frati che stanno intonando il loro canto. Le donne, invece, possono affacciarsi solo all’entrata, come avveniva comunemente per i fedeli nel momento della comunione. Giotto ci presenta una scena solenne ma allo stesso tempo vivace, animata da gesti ed espressioni diverse, esattamente come doveva essere accaduto al tempo di Francesco.

Il santo appare in primo piano, subito di fronte all’altare, mentre si inginocchia per prendere tra le braccia Gesù Cristo. Lo scambio di sguardi tra i due è intimo e tenero. Essi sono gli unici ad avere il capo nimbato, un dettaglio che ne sottolinea lo status all’interno del gruppo.

In questo presepe dipinto mancano le figure di Maria e Giuseppe, ma ci sono i due animali, ossia il bue e l’asinello. La mangiatoia, che funge da culla a Gesù, è molto più elaborata dei comuni cassoni di legno usati per il foraggio. Sembra decorata in rilievo sui lati e somiglia molto a un sarcofago. La sua vicinanza all’altare, che viene spesso associato alla tomba di Gesù Cristo, rafforza questa assimilazione e ci ricorda come quel bambino che tutti stanno osservando sia in realtà il Redentore.

Una reliquia da presepe: la Sacra Culla.

Esiste una reliquia preziosa legata al luogo del primo riposo di Gesù che, come potete immaginare, è particolarmente venerata in questo periodo dell’Avvento: si tratta della Sacra Culla, oggi custodita in un prezioso reliquiario nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Questa chiesa non è stata scelta a caso per custodire tale oggetto: l’edificio venne innalzato nel 432 per volere di Papa Sisto III, esattamente un anno dopo la proclamazione del dogma della maternità divina di Maria. Nel VII secolo la chiesa venne intitolata a Santa Maria ad Praesepem, proprio in seguito all’arrivo della reliquia della Sacra Culla che, secondo la tradizione, giunse a Roma da Gerusalemme sotto il pontificato di Teodoro I, oriundo della città santa.

Il reliquiario che custodisce tale venerando oggetto è un’opera d’arte a sé stante. Si tratta di una teca in cristallo di rocca, sorretta da quattro putti dorati e chiusa da un coperchio. In cima, il Bambino Gesù è adagiato sopra un giaciglio di paglia. All’interno del reliquiario si possono ancora oggi ammirare cinque assicelle in acero rosso, un legno tipico della zona di Betlemme. Analisi scientifiche hanno dimostrato che risalgono al periodo della nascita di Gesù. Le tacche tuttora visibili in quattro delle assi in questione fanno presumere che queste fossero originariamente connesse tra loro a formare una sorta di cavalletto a X, che potrebbe essere stato usato come supporto per una culla.

Il presepe di Arnolfo di Cambio: teologia in scultura.

Considerata la presenza di questa importante reliquia, non stupisce che proprio in questa stessa chiesa sia visibile il primo presepe scultoreo tridimensionale. Si tratta del gruppo in marmo creato da Arnolfo di Cambio, un grande architetto e scultore dell’epoca gotica.

Arnolfo aveva ricevuto questo prestigioso incarico da Niccolò IV, il primo pontefice francescano, che aveva deciso di consacrare il ruolo della Basilica di Santa Maria Maggiore quale centro della devozione natalizia romana. La sua è una scelta audace: vuole trasformare un rito effimero, nato dall’intuizione di San Francesco a Greccio, in un’immagine permanente, traducendo così la spiritualità francescana in scultura.

Il luogo scelto non è casuale: la cappella del transetto destro, la cosiddetta Cappella Sistina medievale, dove sono custodite le preziosissime reliquie della Culla di Cristo. In quel tempo era opinione diffusa che Roma fosse una vera e propria nuova Betlemme, e Niccolò IV desiderava che chiunque varcasse quella cappella potesse rivivere l’Incarnazione.

Così nasce il presepe arnolfiano, che più che una narrazione è un vero e proprio programma teologico. Le figure dei Magi, con i loro gesti solenni, non sono semplici visitatori: rappresentano il mondo che si inginocchia davanti al Dio fatto bambino, la Chiesa universale che riconosce il proprio centro a Roma. Giuseppe, solido e partecipe, è uno dei personaggi più innovativi dell’opera: non è più il vecchio marginale delle rappresentazioni bizantine, ma un padre responsabile, simbolo della cura e della protezione, temi carissimi alla spiritualità francescana.

Il gruppo della Madonna col Bambino, attribuito da alcuni studiosi a uno scultore più tardo, effettivamente stona un po’ rispetto al resto delle figure scolpite. Che la mano che l’ha realizzato sia diversa lo suggerisce non solo la fattura, ma anche il fatto che il re magio inginocchiato sembra rivolgere il suo sguardo a qualcosa di molto più in basso rispetto all’attuale Madonna in trono. Probabilmente la prima Madonna era sdraiata su un fianco con accanto Gesù nella mangiatoia.

Il destino dell’opera cambiò radicalmente nel Seicento, quando il presepe fu smontato, dimenticato e ricomposto solo molti secoli dopo. Oggi si trova nella Cripta del Presepe, sotto l’altare maggiore, accanto alle reliquie della Culla: non più nel luogo originario, ma nello stesso cuore simbolico della basilica.

La pietra che diventa fede.

Oggi, guardando quel presepe di marmo, non vediamo solo una Natività. Vediamo un’opera che ha trasformato per sempre il modo di immaginare il Natale, che ha unito teologia, politica e arte in un unico gesto. Vediamo il tentativo di una Chiesa di parlare al mondo attraverso la bellezza e di un artista capace di scolpire non solo corpi, ma idee.

Il presepe di Arnolfo di Cambio è questo: la pietra che diventa teologia, un ponte tra Betlemme e Roma, tra Francesco e il papato, tra la storia e la fede.

Il presepio: due percorsi, un’unica storia.

Questo viaggio a due voci, tra le radici popolari e le raffigurazioni artistiche del presepio, descritte da Eveline, ci mostra quanto questa tradizione sia capace di parlare a tutti: credenti e non, adulti e bambini, storici e artigiani. Da una parte, il presepio domestico racconta la semplicità e l’emozione del Natale vissuto ogni anno nelle case italiane; dall’altra, le opere d’arte dedicate alla Natività rivelano la profondità teologica e simbolica che gli artisti hanno saputo esprimere nei secoli. Insieme, queste due prospettive mostrano che il presepio è molto più di un oggetto decorativo: è un linguaggio condiviso che unisce arte, fede e umanità, capace di rinnovarsi nel tempo senza perdere la sua forza originaria.

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Lo sapevate?

Ogni anno, in Piazza San Pietro a Roma, viene allestito un grande presepio che proviene da una regione diversa d’Italia o da un Paese straniero ). È un gesto simbolico che unisce la tradizione italiana allo spirito universale del Natale. Ogni anno viene anche organizzata la mostra “100 presepi” in cui sono presentati 100 presepi diversi provenienti da tutto il mondo.

Opere: Arnolfo di Cambio, Presepe, 1291, marmo, Basilica di Santa Maria Maggiore, Roma. Giuseppe Valadier, Sacra Culla, 1797, cristallo di rocca, Basilica di Santa Maria Maggiore, Roma. Giotto, Il presepe di Greccio, 1290-95, affresco, Basilica superiore di San Francesco, Assisi.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Eleonora Corradi

Born and raised in Milan, she studied and worked in Milan (where she obtained her PhD), London, Grenoble, Bern, Paris, and New York. She currently works in technical translation and teaches Italian as a second language.

She is the author and translator of numerous scientific articles published in specialized journals and has contributed to writing content for La Settimana Enigmistica and for publications by international schools.

For nearly twenty years, she has been teaching Italian to foreigners, and for the past ten years, she has worked at Collina Italiana. During her lessons, she enjoys enriching the teaching of language and grammar with the reading of articles, books, comics, and short texts, with the aim of introducing her students to Italian culture, traditions, and typical expressions. She also uses games and fun facts about the language, its origins, and word usage.

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Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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