Le Ultime dallo Stivale

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N.43

25 settembre 2026 – Eleonora Corradi

La nuova vita di Enrico Fermi negli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti Fermi trovò immediatamente un ambiente pronto ad accoglierlo. Dal 1939 al 1942 insegnò fisica alla Columbia University di New York e continuò le ricerche sulla fissione nucleare e sulla possibilità di produrre una reazione a catena.
Il momento decisivo arrivò il 2 dicembre 1942 a Chicago. Sotto le gradinate dello stadio dell’Università di Chicago, Fermi e la sua équipe riuscirono a ottenere la prima reazione nucleare a catena controllata e autosostenuta della storia. Era nata Chicago Pile-1, il primo reattore nucleare.
Quel risultato apriva possibilità enormi per la produzione di energia, ma il mondo era in guerra e le sue prime applicazioni furono legate, purtroppo, allo sforzo bellico.

Enrico Fermi e la bomba atomica.

Fermi partecipò infatti al Progetto Manhattan, il programma segreto americano per la costruzione della bomba atomica, e lavorò a Los Alamos insieme ad alcuni dei più importanti scienziati dell’epoca.
Un episodio racconta perfettamente il suo modo di ragionare. Il 16 luglio 1945, durante il Trinity Test nel deserto del New Mexico, Fermi si trovava a diversi chilometri dal punto dell’esplosione. Poco prima che arrivasse l’onda d’urto lasciò cadere dei piccoli pezzi di carta; osservando di quanto venivano spostati, fece rapidamente una stima della potenza dell’esplosione.
Un esperimento semplicissimo per misurare un fenomeno mai osservato prima: un esempio perfetto della sua eccezionale capacità di trasformare problemi enormemente complessi in calcoli relativamente semplici.

Enrico Fermi: un italiano diventato anche americano.

Nel 1944 Fermi divenne cittadino americano. Dopo la guerra tornò all’Università di Chicago, dove continuò a insegnare e fare ricerca fino alla morte, il 28 novembre 1954.
La vita di Enrico Fermi si svolse così tra due Paesi. In Italia si formò, costruì il gruppo dei ragazzi di via Panisperna e realizzò le ricerche che gli valsero il Premio Nobel; negli Stati Uniti trovò una nuova patria e partecipò ad alcune delle scoperte scientifiche che avrebbero segnato il Novecento.
La sua storia racconta però anche una delle grandi contraddizioni dell’Italia di quegli anni. Nel 1938 Fermi partì per Stoccolma come uno dei simboli più prestigiosi della scienza italiana, ma non poteva più considerare sicuro per la propria famiglia quello stesso Paese che lo aveva formato e celebrato. Gli Stati Uniti accolsero lui e molti altri scienziati europei costretti a lasciare la loro patria negli anni del fascismo e del nazismo.
A 125 anni dalla sua nascita, ricordare Enrico Fermi significa quindi celebrare non soltanto uno dei più grandi scienziati italiani, ma anche riflettere su quanto la scienza, proprio come le persone, possa attraversare frontiere e appartenere a più di un Paese. Nato a Roma e diventato cittadino americano, Fermi lasciò un’eredità che appartiene all’Italia, agli Stati Uniti e, soprattutto, alla storia della scienza.

LO SAPEVATE?

Il nome di Enrico Fermi è rimasto impresso nella scienza in molti modi diversi. Dal suo nome derivano i fermioni, una grande famiglia di particelle che comprende, tra le altre, elettroni, protoni e neutroni; il fermio, l’elemento chimico numero 100 della tavola periodica; e Fermilab, uno dei più importanti laboratori di fisica degli Stati Uniti, vicino a Chicago. Pochi scienziati possono vantare di aver lasciato il proprio nome contemporaneamente tra le particelle dell’universo, gli elementi chimici e i grandi centri della ricerca scientifica!

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E ORA TOCCA A VOI!

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Il paradosso di Fermi

Negli anni Cinquanta, durante una partita / conversazione / passeggiata con alcuni colleghi, Enrico Fermi si pose una domanda apparentemente semplice: se nell’universo esistono miliardi di stelle e edifici / strumenti / pianeti, dove sono tutti?
Secondo Fermi, considerando le enormi dimensioni / abitudini / temperature e l’età dell’universo, è ragionevole pensare che la vita intelligente possa essersi dimenticata / trasferita / sviluppata anche su altri pianeti. Alcune civiltà potrebbero addirittura essere molto più antiche e tecnologicamente rumorose / avanzate / affollate della nostra.
In questo caso, però, dovremmo aver trovato qualche traccia / decisione / abitudine della loro esistenza: un segnale, un messaggio o qualche altra forma di viaggio / comportamento / contatto. E invece, fino a oggi, non abbiamo trovato / organizzato / ricevuto prove certe dell’esistenza di civiltà extraterrestri.
Questa apparente conseguenza / contraddizione / collaborazione è conosciuta come “paradosso di Fermi”: se è così probabile che nell’universo scompaiano / cambino / esistano altre forme di vita intelligente, perché non ne abbiamo ancora trovata nessuna?

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Eleonora Corradi

Nata e cresciuta a Milano, ha studiato e lavorato a Milano (dove ha ottenuto il suo PhD), Londra, Grenoble, Berna, Parigi e New York; attualmente si occupa di traduzioni tecniche e di insegnamento dell’italiano come seconda lingua.
È autrice e traduttrice di numerosi articoli scientifici pubblicati su riviste specializzate e ha collaborato alla stesura di testi per La Settimana Enigmistica e per pubblicazioni di scuole internazionali.
Da quasi venti anni insegna italiano agli stranieri e negli ultimi sette ha lavorato presso Collina Italiana. Durante le sue lezioni, ama arricchire la didattica della lingua e della grammatica con la lettura di articoli, libri, fumetti e brevi testi, al fine di far conoscere ai suoi studenti la cultura, le tradizioni e le espressioni tipicamente italiane, utilizzando anche giochi e curiosità sulla lingua, l’origine e gli usi delle parole.

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