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Ascolta l'arte e mettila da parte
di Eveline Baseggio
PANDORA, LA PRIMA DONNA
19 dicembre 2024
USCITA N.6
La donna di cui vi vorrei parlare oggi è un personaggio mitologico piuttosto straordinario. Si tratta di Pandora, la prima donna, la capostipite del genere femminile. La sua storia ci aiuterà a comprendere a fondo il modo in cui le donne sono state viste – e, sfortunatamente, continuano ad essere viste – nei secoli, e le origini della dilagante misoginia che ancora oggi persiste in molte società e culture.
Secondo il mito greco, alle origini esisteva solo l’uomo. Sì, avete capito bene, l’età dell’oro dell’umanità – secondo i Greci – corrispondeva al momento in cui la donna nemmeno esisteva, anche se tra le divinità c’erano parecchie candidate femminili. In questa fase idilliaca, uomini e dèi vivevano gli uni accanto agli altri. Peccato che gli uomini, creati dalla Madre Terra, fossero imperfetti e nettamente inferiori per capacità agli dèi. Fu il titano Prometeo, con la sua astuzia, a garantire al genere umano i mezzi per acquisire la conoscenza e le arti necessarie per eccellere, ma anche a causarne la condanna e la totale separazione dagli dèi dell’Olimpo, che, da quel momento, diventarono ostili all’uomo.
Prometeo, infatti, disobbedendo al volere di Zeus di precludere il fuoco agli uomini, glielo aveva rubato da sotto il naso. Il fuoco avrebbe garantito la crescita degli uomini ma anche la loro caduta dallo stato di grazia. Zeus, infatti, irato per l’affronto, aveva deciso di vendicarsi sia contro Prometeo che contro la stirpe che proteggeva. Il titano venne incatenato alla cima del Caucaso e condannato a vedersi giornalmente divorato il fegato da un’aquila gigante, ovvio riferimento a Zeus. Agli uomini, invece, il sovrano dell’Olimpo pensò bene di mandare un secondo dono: una donna portatrice di tutti i mali del mondo.
Dal modo in cui entra in scena, e se non sapessimo le conseguenze, Pandora sembra essere uno splendido dono. La sua creazione ci viene presentata come quella di un’opera d’arte. Zeus si affida a Efesto, il fabbro divino, per la realizzazione della sua figura, che viene modellata con acqua e terra. Efesto dà vita a una fanciulla di bellezza comparabile a quelle delle dee, con voce umana, e le cinge il capo con una splendida corona decorata con immagini di animali terreni e marini, raffigurati con straordinaria vividezza.
Atena, poi, ne enfatizza la femminilità, cingendole il corpo con splendide vesti bianche, una cintura e un velo, e le insegna l’arte del tessere. Afrodite le infonde invece fascino amoroso e desideri struggenti. Altri doni e abbellimenti vengono poi aggiunti nel racconto di Esiodo, che sembrano davvero far pensare che questa fanciulla sia l’emblema di una super accessoriata bellezza. Peccato che Ermes, per ultimo, le infonda nel petto, per ordine di Zeus, la menzogna, le lusinghe e l’inganno. Fu il messaggero degli dèi a darle apparentemente anche il nome, Pandora, che si può leggere in due modi: colei che è dotata di tutto oppure colei che dona tutto. Insomma, un “bel male,” come lo definiscono i Greci, infiocchettato per bene per ingannare gli uomini.
Quando la bella Pandora viene donata a Epimeteo, egli, sbigottito da tanta bellezza, si dimentica immediatamente del consiglio datogli dal fratello Prometeo, di non accettare nulla da Zeus. In fin dei conti, come sottolinea il suo nome, “colui che riflette in ritardo,” Epimeteo era il soggetto più adatto ad essere ingannato. L’avvenente fanciulla era arrivata anche con un vaso che, per un errore di traduzione, viene più tardi considerato uno scrigno. Spinta dalla curiosità, o più probabilmente per volontà di Zeus stesso, Pandora apre l’anfora che aveva portato con sé, liberando così tutti i mali del mondo. La fatica, la malattia e la morte, prima sconosciute al genere umano, vengono introdotte nel mondo per azione di Pandora, una donna. Solo la speranza rimane intrappolata in fondo al vaso, dato che, come ci dice il proverbio, “la speranza è l’ultima a morire.”
Il gesto di Pandora e le sue conseguenze vi ricordano forse qualcuno? Eva, naturalmente.
Il parallelo tra Pandora ed Eva è talmente evidente e convincente che i Padri della Chiesa non esitarono a sfruttarlo per sostenere l’idea che il peccato avesse origine dalla donna, attribuendole una presunta inferiorità fisica e morale. Un’opera che incarna questa visione misogina è il dipinto manierista di Jean Cousin il Vecchio, conservato al Louvre. La targhetta sospesa sopra la figura femminile ci rivela che si tratta di “Eva Prima Pandora,” una fusione delle due progenitrici.
Non è tanto importante stabilire quale mito della creazione sia nato per primo – se Eva preceda Pandora o viceversa – quanto osservare come le due narrazioni, giudaico-cristiana e greca, si sovrappongano. Eva e Pandora possono essere considerate sorelle di madri diverse. Entrambe vengono create dopo l’uomo: Eva da una sua costola, Pandora come opera degli dèi. Entrambe sono ritenute responsabili dei mali del mondo – Eva per aver addentato il frutto proibito, Pandora per aver aperto il vaso contenente tutte le sventure umane. Inoltre, entrambe rappresentano il prototipo della donna considerata tentatrice e curiosa, capace di soggiogare l’uomo e per questo da tenersi sotto controllo.
Tuttavia, esistono anche differenze significative tra le due figure. Eva viene creata come compagna dell’uomo, con cui condivide la stessa carne, mentre Pandora è forgiata come punizione divina per l’umanità. Inoltre, mentre Eva sceglie consapevolmente di disobbedire a un comando divino, Pandora è priva di libero arbitrio: la sua decisione di aprire il vaso sembra parte di un piano prestabilito da Zeus, che glielo consegna già predisposto per liberare i mali del mondo.
Tornando al dipinto di Jean Cousin, la figura rappresentata non è né Eva né Pandora, ma un ibrido tra le due, un ritratto della seduzione e del peccato in forma femminile. A prima vista, potrebbe sembrare una Venere in un paesaggio: la posa ricorda la famosa Venere Dormiente di Giorgione, anche se questa donna non dorme, ma guarda pensierosa fuori dal quadro. Tutt’intorno, una serie di simboli arricchisce la sua immagine di significati complessi. Anche se il bel volto e il nudo sensuale richiamano la dea dell’amore, il teschio sul quale la figura si appoggia e il ramoscello di melo che tiene con la destra alludono ad un contesto semantico completamente diverso. Lo stesso si può dire del serpente che si avvinghia al braccio sinistro come un bracciale e la mano sinistra che sembra voler chiudere un vaso evidentemente senza coperchio. Ora, se il serpente e la mela sono sicuramente un richiamo ad Eva e al peccato originale, il diadema e il vaso aperto si riferiscono a Pandora.
Ma come interpretare il secondo vaso sullo sfondo, decorato con teste di maschere, e il teschio? È possibile che, oltre a Eva e Pandora, Cousin stesse alludendo a una terza figura femminile?
Per esplorare questa possibilità, consideriamo un altro dipinto, questa volta di Thomas Benjamin Kennington: Pandora (1908), oggi in collezione privata. Qui, l’unico elemento che identifica la figura come Pandora è lo scrigno che tiene tra le mani. Questo dettaglio richiede una breve digressione sull’associazione tra Pandora e lo scrigno. Prima del XVI secolo, nei testi greci, Pandora portava un vaso (pithos), probabilmente un contenitore in ceramica per alimenti, simile a quelli che vediamo nei musei di arte antica. Fu Erasmo da Rotterdam, nella sua traduzione latina di Esiodo, a confondere pithos (vaso) con pyxis (scrigno). Da allora, l’immaginario collettivo ha trasformato il vaso di Pandora in un raffinato cofanetto, tipico della toiletta femminile.
Nel dipinto di Kennington, inoltre, Pandora è ritratta in modo non convenzionale. Contrariamente alle rappresentazioni ottocentesche che la raffigurano come una femme fatale, colta nell’atto di aprire il celebre scrigno o tenerlo gelosamente in mano, la sua Pandora è spogliata di sensualità, sebbene sia nuda, e presentata in un atteggiamento penitenziale. Piange, infatti, e i lunghi capelli le ricadono disordinatamente sulle spalle. Se non fosse per lo scrigno aperto che tiene nella mano sinistra – la mano del male, come suggerisce il termine sinister in latino – potrebbe personificare benissimo una Maddalena penitente.
Questa inusuale interpretazione ci aiuta a decifrare anche i simboli nel dipinto di Jean Cousin. Il vaso che la figura al Louvre tiene chiuso con la mano appare come una versione decorata di un’olpe, un contenitore domestico, mentre il vaso sullo sfondo ricorda un balsamario, usato per profumi, simile a quello che la peccatrice del Vangelo di Luca utilizza per ungere i piedi di Gesù o a quello impiegato da Maria di Betania allo stesso scopo nel Vangelo di Giovanni. A partire dal sesto secolo, questo stesso contenitore di profumi diventa l’emblema per eccellenza di Maria Maddalena, un importante seguace di Gesù e colei che per prima ne attesta la resurrezione. È papa Gregorio Magno, in una sua famosa omelia, ad ispirare per primo l’associazione della Maddalena penitente col vaso d’unguento quando decide di far coincidere la figura storica di questa donna, con l’anonima peccatrice menzionata da Luca e la sorella di Lazzaro. Da quel momento, Maddalena viene trasformata da prima apostola di Cristo a prostituta redenta. La presenza – insieme al vaso – del teschio, simbolo di morte ma anche di meditazione nelle scene con eremiti, è un altro oggetto comunemente associato con la Maddalena e con la sua vicenda post-crocifissione, quando la donna si ritira in solitudine per espiare i propri peccati.
Come ho cercato di elucidare in questo breve excursus sulla Maddalena, questa santa condivide un destino simile ad Eva e Pandora: la sua storia è stata manipolata per giustificare ruoli e stereotipi femminili. Tutte e tre queste figure, accomunate dalla loro bellezza e dal loro peccato, sono state assunte a modello per le donne nei secoli. Se da una parte Pandora ed Eva rappresentano una sorta di giustificazione per la condizione di inferiorità e l’atteggiamento misogino che si è accanito sul genere femminile, la Maddalena, così come l’ha voluta ritrarre Papa Gregorio Magno, rappresenta la possibilità di una redenzione, di un riscatto morale per le donne che abbracciano il suo esempio. Ecco che, quindi, la figura di Jean Cousin non incrocia seduttivamente lo sguardo dell’osservatore ma guarda fuori dal dipinto, appoggiandosi al teschio. Ha compreso e guarda oltre. I segni della caduta e del peccato, rimangono accanto a lei come un marchio di fabbrica, ma sono stati emendati.
Fino a questo punto, abbiamo analizzato Pandora attraverso opere realizzate da uomini. Cambiamo ora prospettiva con il dipinto di Elisabetta Sirani, artista bolognese del Seicento. Figlia d’arte e seguace di Guido Reni, Sirani è una figura rara nel panorama artistico femminile del suo tempo, celebrata per il suo talento e la sua inventiva pari a quella dei colleghi uomini. La sua Pandora appartiene a una serie di ritratti allegorici femminili, che includono figure controverse come Cleopatra e Circe, oltre a sante e sibille. Tuttavia, Sirani infonde in ognuna un rispetto particolare, esaltandone la dignità e riflettendo sul loro ruolo nella storia umana.
La Pandora di Sirani non è sensuale né maliziosa: è una giovane donna dall’aspetto nobile, vestita con ricchezza e grazia. Con uno sguardo innocente, tiene il vaso chiuso in grembo, come fosse un bambino. Questo ritratto sfida la narrazione tradizionale: è difficile immaginare questa figura come responsabile di tutti i mali del mondo. Sirani invita l’osservatore a provare empatia per Pandora, suggerendo che la sua curiosità non fosse un atto deliberato di malizia.
In conclusione, Pandora ed Eva incarnano archetipi universali che attraversano i secoli, intrecciando bellezza, colpa e redenzione. Le loro storie, manipolate e reinterpretate da artisti, teologi e scrittori, hanno plasmato l’immaginario collettivo femminile in modi potenti e spesso contraddittori. Tuttavia, quanto possiamo realmente attribuire loro la colpa? È davvero un peccato così grande essere curiosi?
La curiosità è il motore della conoscenza, uno stimolo essenziale per il progresso umano. Forse, agendo spinte dalla curiosità, Eva e Pandora non hanno solo causato la caduta dell’umanità, ma anche il suo risveglio. Ci hanno insegnato a osare, a uscire dal nostro guscio e ad affrontare l’ignoto con coraggio. In fondo, è attraverso gli errori che impariamo, cresciamo e ci evolviamo. La loro “caduta” non è un punto finale, ma un inizio, un passo verso la consapevolezza che ci spinge a sfidare i limiti e a cercare una nuova comprensione del nostro mondo e di noi stessi. La loro storia può essere intepretata come un cammino di speranza e possibilità.
Opere: Jean Cousin il Vecchio, Eva Prima Pandora, 1549 circa, Louvre, Parigi; Thomas Benjamin Kennington, Pandora, 1908, Collezione Privata; Elisabetta Sirani, Ritratto di donna in veste di Pandora, 1638-1665, Collezione Privata.
Musiche: Gabriel Fauré, Le Cortège de Pandore (1900); Marina, Pandora’s Box (2021); Aerosmith, Dream On from the “Pandora’s Box,” originally released in 1973.
Musiche nel podcast: Charles Chaitman
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