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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

LA PAZZIA DI MEDEA

14 settembre 2024

 USCITA N.4

Medea è sicuramente una delle figure più controverse della mitologia antica. La sua storia, costruita nei secoli da diversi autori, la vede, di volta in volta, come una fanciulla vittima dell’amore e manipolata dal volere delle divinità; una giovane donna indipendente e una maga astuta; un’eroina capace di grande coraggio; una persona senza scrupoli nel perseguire i fini che si predispone e nel proteggere chi ama; una donna in preda all’indecisione, alla follia; una vendicatrice senza rimorsi. Tutto dipende da quale storia leggiamo, da quale punto di vista la guardiamo. Rimane il fatto che Medea è il simbolo perfetto, a mio avviso, della donna forte intrappolata in una società patriarcale, che sceglie la violenza per gridare la sua disperazione. La sua pazzia riflette la convinzione di un’esistenza senza via d’uscita.

Chi era davvero Medea e come possiamo comprendere la sua terribile storia?

Partiamo dall’inizio di questa vicenda a cui fa da cornice la ricerca di un oggetto mitico, il vello d’oro. Si dice che questo manto dorato provenisse dall’ariete alato Crisomallo e si credeva avesse il potere di curare ogni ferita. Per il giovane eroe Giasone, il vello rappresentava il suo diritto, e quello di suo padre Esone, al trono di Iolco che era stato usurpato dallo zio – fratellastro del padre – Pelia. Sapendo di mandarlo in una missione impossibile, Pelia aveva promesso a Giasone che poteva riprendersi il trono se avesse recuperato il vello allora in mano al re Eete nella Colchide, regione che oggi corrisponde all’attuale Georgia. Il viaggio di andata e ritorno di Giasone nella Colchide viene narrato come una vera e propria seconda versione dell’Odissea dalle Argonautiche scritte da Apollonio Rodio nel III secolo a.C. In questo testo appaiono creature mostruose, terre misteriose, imprese sovraumane, e appare lei, Medea, la figlia più giovane di Eeta.

Apollonio introduce la figura di Medea nel terzo libro. Giasone approda con il suo equipaggio di eroi nella Colchide e la prima persona che incontrano di fronte al palazzo è la giovane principessa. Apollonio presenta Medea al lettore come la sacerdotessa di Ecate, dea della notte e della magia, colei che governava l’entrata al regno dei morti. È curioso che non ci sia nessuna descrizione o riferimento al suo aspetto fisico, mentre Giasone ci viene descritto in tutta la sua bellezza e grazia, come se lo vedessimo attraverso gli occhi innamorati di Medea. La donna infatti viene immediatamente colpita dalla freccia di Cupido che, istruito dalla madre, è stato inviato con lo scopo preciso di legare Medea a Giasone e farne così la sua alleata. Il crudele re Eeta non ha nessuna intenzione di concedere il vello all’eroe greco e lo sottopone a tre prove insostenibili che, senza la magia di Medea, Giasone non avrebbe mai potuto superare. Vi ricorda qualcuno? Ritornerò più avanti sul punto della somiglianza tra il destino di Arianna e quello di Medea, cugine, traditrici delle loro famiglie e amanti abbandonate.

Focalizziamoci per un attimo sulla Medea di Apollonio. Nelle Argonautiche, Medea, l’incantatrice non è affatto una donna consapevole e forte. È vittima dell’amore, manipolata da questo sentimento irrazionale e inspiegabile che le cresce dentro, soggiogandola lentamente ma inesorabilmente. Nel testo percepiamo vivamente l’angoscia che tormenta Medea, il dolore, misto a confusione e desiderio che prendono il controllo della sua mente e delle sue azioni. La complessità delle emozioni provate da Medea all’arrivo di Giasone nella sua terra è spiegata con straordinaria sensibilità da Apollonio nei suoi versi. È come se potessimo leggere direttamente i pensieri Medea, vivere noi stessi il travaglio delle sue notti insonni:

“Me infelice, tra quali mali e quali sventure mi trovo! Da ogni parte il mio cuore non ha che angoscia e impotenza. Nessun rimedio alla pena, alla fiamma ferma che brucia. Come vorrei che mi avessero uccisa le frecce veloci di Artemide, prima che io lo vedessi…”

Questa immagine di Medea, tormentata, insicura, consapevole del male che sta per causare alla sua famiglia, è, secondo me, perfettamente evocata dal dipinto del pittore britannico John William Waterhouse, seguace dello stile preraffaellita.

Anche se Medea non è proprio al centro della composizione, tutta l’attenzione è concentrata su di lei. Essa siede su un trono, circondata da elementi che si riferiscono alle sue arti magiche: la pozione che bolle, il sacco abbandonato a terra da cui sembra che fuoriescano dei frutti e delle erbe, la rana ai suoi piedi e il serpente che si avvicina minaccioso alla sua mano destra. L’atmosfera sembra sospesa, siamo tutti in attesa, compreso Giasone che, seduto accanto a Medea, sembra più un bambino curioso che un eroe pronto a sfidare dei mostri. Rispetto ad altri dipinti che la ritraggono nell’atto di preparare il filtro magico che aiuterà Giasone nelle sue prove, la Medea di Waterhouse è nervosa e titubante, e lo percepiamo dalla fronte corrucciata e dagli occhi velati di tristezza. Nel suo sguardo non leggiamo sicurezza e determinazione.

– MUSICA –

Come ho accennato precedentemente, la vicenda di Medea assomiglia molto a quella della cugina Arianna di Creta. Anche Arianna si era innamorata di un eroe straniero e aveva deciso di aiutarlo nella sua impresa, voltando le spalle alla sua famiglia e fuggendo con questo uomo praticamente sconosciuto. In entrambi i casi, le due giovani donne si trovano di fronte alla possibilità di fuggire da un padre dispotico e di iniziare una nuova vita con uno straniero bello e affascinante: e chi le potrebbe biasimare? Il problema è che in realtà la loro situazione non migliora e cadono letteralmente dalla padella alla brace. Sia Giasone, che Teseo prima di lui, approfittano dell’intelligenza e intraprendenza delle due cugine, senza le quali non sarebbero mai diventati eroi, e al momento opportuno le abbandonano. È curioso che Giasone usi proprio l’esempio di Arianna per convincere Medea ad aiutarlo! Omettendo ovviamente l’episodio di Nasso.

Volendo per un attimo analizzare la psicologia di queste donne, sia Arianna che Medea dimostrano una forza e un coraggio davvero inaspettati visto e considerato che fino al momento dell’incontro con gli eroi erano praticamente due ragazze inesperte che vivevano protette nelle mura dei loro palazzi. Nel caso di Medea, la sua personalità si trasforma completamente. Se in Apollonio sembra inizialmente insicura, quasi timida, fin dal primo incontro con Giasone cambia repentinamente. Non solo dà all’eroe istruzioni precise su come usare l’unguento che gli permetterà di rimanere incolume quando dovrà affrontare i buoi sputafuoco dai piedi di bronzo e i guerrieri giganti nati dai denti di un serpente feroce, ma fa addormentare il serpente drago che custodisce il vello cosicché Giasone possa appropriarsene. Le sue azioni diventano via via più violente. Quando la nave Argo salpa dalla Colchide, Medea per rallentare l’inseguimento del padre, uccide il fratello Apsirto e ne sparge le membra oppure, secondo altre versioni, lo fa cadere in una trappola e permette a Giasone di ucciderlo senza intervenire. Una volta rientrati a Iolco, Pelia, lo zio di Giasone, non vuole restituire al nipote il trono che gli spetta. Medea allora inganna le figlie del re convincendole che potranno ringiovanirlo smembrandolo. Dopo questa vicenda la coppia Medea e Giasone è costretta a fuggire di nuovo.

Nello spazio di tempo tra la partenza dalla Colchide e l’approdo a Corinto, dove l’esule Giasone viene accolto, la personalità di Medea si evolve e rivela un lato oscuro prima non visibile. È Euripide ad analizzarlo con straordinaria maestria nella sua Medea. La tragedia fu messa in scena nel V secolo a.C. e tratteggia il ritratto di Medea che forse ha più influenzato e scioccato il pubblico e gli artisti per secoli.

Sono trascorsi parecchi anni dall’avventura degli Argonauti. La tragedia è ambientata a Corinto dove Giasone ha ricevuto esilio con Medea dopo quello che è accaduto a Iolco. La Medea di Euripide non è più la timida giovane del dipinto di Waterhouse, è una donna adulta, con esperienze forti alle spalle, una maga potente e consapevole dei suoi poteri, una straniera guardata ancora con curiosità e un po’ di timore. Non solo, è anche una madre, oltre che la moglie di Giasone. Giasone è stato finora il perno attorno a cui è ruotata la vita di Medea, per lui ha abbandonato tutto e tutti, ha ucciso, ha plasmato la sua vita secondo le sue necessità. La scena si apre con la nutrice che annuncia il tradimento di Giasone. Per assicurarsi una posizione prominente nella corte di Corinto, egli ha accettato di sposare la figlia del re Creonte e di abbandonare Medea e i figli al destino dell’esilio. Medea è ovviamente fuori di sé e il monologo che pronuncia, una volta entrata in scena, rivolto alle donne corinzie, è uno dei più moderni mai scritti. Si tratta di un’analisi lucida della condizione femminile nell’antichità ed è incredibile pensare che provenga dallo stilo di un uomo greco del V secolo a.C. Vale la pena riportarne qualche passaggio:

“Tra gli esseri umani che hanno respiro, che possono pensare, noi donne siamo in assoluto le più sfortunate. Dobbiamo comprarci a suon di dote un marito che poi diventa il nostro padrone, o almeno, del nostro corpo: e questo è un guaio ancor peggiore. È davvero una bella scommessa riuscire a prendere una persona per bene invece che un disgraziato: perché poi, separarsi è una vergogna, divorziare è impossibile…Un uomo, quando non ne può più di stare in casa con noi, se ne va fuori e cerca distrazioni alla noia con un amico, con qualche ragazzotto; noi no, invece. Ci tocca avere un solo ruolo. Dicono, dicono…voi vivete al sicuro, in casa, protette, e loro devono combattere. Ma quanto si sbagliano! Quanto vorrei stare dietro uno scudo non una vita, ma tre, piuttosto che partorire una volta sola!”

– MUSICA –

Dopo questo sfogo di disperazione Medea comincia a programmare la sua vendetta. Nella sua follia si intravvede una qualche lucidità ma le sue azioni rimangono inammissibili. Possiamo usare il bellissimo sarcofago del II secolo, oggi conservato a Berlino, come materiale visivo per illustrare come si sviluppi la tremenda vendetta contro Giasone e il re Creonte.

La vicenda di Medea compare con una certa frequenza nei sarcofaghi romani forse per il legame della maga con Ecate e quindi con l’oltretomba, che la rende una figura assimilabile a Persefone. Il rilievo nel sarcofago di Berlino si snoda per tutta la lunghezza della facciata senza visibili pause spaziali, ogni scena infatti si lega alla successiva. Come nella pagina di un libro, la storia va letta da sinistra verso destra. La prima figura che incontriamo è Giasone che guarda con una certa tenerezza i due putti ai suoi piedi. Sono questi i suoi figli, ai quali Medea aveva dato il compito di portare alla nuova moglie del marito due doni, un peplo variopinto e una corona d’oro che Medea aveva previamente avvelenato. I fanciulli sono guidati dalla nutrice e affiancati da un efebo con le braccia incrociate che porta nelle mani un mazzetto di papaveri e forse una fiaccola, entrambi emblemi di morte. L’efebo si scambia uno sguardo d’intesa con la principessa Glauce, la cui grazia e bellezza sono enfatizzate nel rilievo. Con la sinistra la principessa sembra prendere per mano Giasone, che ancora una volta svolge il ruolo dell’osservatore. Il suo sguardo, velato da una silenziosa compassione, ci prepara per il dramma che si dispiega al centro del rilievo. Il re Creonte, in un atto di disperazione, si strappa i capelli impotente mentre osserva la figlia contorcersi mentre brucia. Glauce, sfigurata dal dolore, non ha nulla a che vedere con la figura aggraziata vista poc’anzi. Assomiglia più ad una menade impazzita e col piede sinistro sembra cadere fuori dal blocco di marmo, verso lo spazio dell’osservatore.

Nella sezione destra del sarcofago le azioni diventano più concitate, i gesti più drammatici, i volti più espressivi. Soprattutto quello della figura femminile subito di fronte a Glauce che sembra compiaciuta da quanto sta avvenendo. È questa Medea ai cui piedi giacciono i figli. I bimbi giocano, completamente ignari della spada che la madre brandisce sopra le loro teste. Ovviamente nel rilievo il momento dell’infanticidio non viene rappresentato ma alluso. Nella terza ed ultima scena, infatti, compare di nuovo Medea, pronta a volare via sul carro trainato da draghi, trascinando con sé i corpi inermi dei suoi bambini. Con la destra tiene ancora in mano la spada in segno di macabro trionfo, ma la sua espressione apatica rivela la follia che l’ha resa cieca e che l’ha portata a commettere un tale atto deprecabile.

La tragedia di Euripide è capace di scatenare emozioni contrastanti nel lettore. Pietà e compassione per la situazione in cui si trova Medea e per la condizione femminile generale, prigioniera in mondo patriarcale. Le donne del coro, che rappresentano le Corinzie, ci inducono a guardarla con simpatia. Ma poi, come la storia si evolve, l’orrore e la ripugnanza verso gli atti di Medea crescono. Come può Medea decidere di uccidere i suoi stessi figli? Come può odiare così tanto l’uomo che aveva amato e per il quale aveva fatto di tutto? Nello scrivere queste domande mi rendo conto di quanto siano terribilmente attuali e di come la vicenda di Medea non sia così lontana dalla realtà. In Euripide, Medea non è presentata come una maga, una semi-dea (ricordiamo che il padre era figlio del sole), ma come una donna umana, vittima della disperazione e della rabbia. Lei stessa ne è consapevole e infatti dice “E lo so bene il delitto che sto per compiere, ma la rabbia è più forte del mio volere, la rabbia…la regina del male tra gli uomini?” Subito dopo però parla della difficoltà dell’essere genitori, delle angosce che si provano, della necessità di agire “senza perdere tempo, senza lasciare i miei bimbi da uccidere a un’altra mano, meno tenera di loro.” Quindi Medea non uccide i figli solo per punire Giasone e togliergli la tanto agognata discendenza, ma lo fa per salvarli dalle mani dei Corinzi? Possiamo giustificare la sua azione in questo modo? Giustificarla forse no, cercare di comprenderla sì. Solo chi si è trovato nella vita in una situazione di forte disperazione e senza vie di uscite può capire fino in fondo questa donna.

L’artista che forse riflette meglio la condizione terribile in cui si trova ad agire Medea è Artemisia Gentileschi, pittrice di grande fama nell’epoca barocca. Artemisia è l’emblema della donna forte e indipendente che è riuscita a farsi strada in un mondo dominato da uomini, e quindi non sorprende che per tutta la sua carriera abbia scelto di rappresentare immagini di eroine e anti-eroine, colte nell’atto di compiere azioni incredibili. Tra queste compare Medea in un dipinto realizzato intorno al 1630 e oggi in collezione privata. Sebbene il quadro sia stato interpretato come una sorta di satira o un ironico riferimento di Artemisia a sé stessa come madre single, io leggo in questa immagine una sincera disperazione. Medea, la cui bellezza ci distrae un attimo dall’atto che sta per compiere, con la destra impugna un’arma e con la sinistra tira i capelli di uno dei suoi figli che tiene intrappolato probabilmente tra le sue gambe. A nulla vale il tentativo del bimbo di svincolarsi, il suo sguardo quasi goffo è segno dello sforzo che ha fatto. Sappiamo benissimo cosa succederà nel momento successivo. L’elemento più drammatico del dipinto non è però rappresentato dai volti dei due protagonisti. Tutto il pathos si concentra sulla mano paffuta del bimbo che si posa sul seno della madre, quello che un tempo gli aveva dato sostentamento, proprio dalla parte del cuore. Nel vuoto dell’ambientazione emerge solo un pilastro, quello su cui compare la firma della pittrice. La rigidità e mascolinità di questo elemento architettonico serve a ricordarci come Medea abbia dovuto agire “da uomo” lasciando da parte le emozioni.

Anche se l’immagine di Medea infanticida creata da Euripide è quella che si è impressa nella mente di artisti e pubblico per secoli, non è l’unica. Altri scrittori, come Pausania, Eumelio, avevano giustificato altrimenti la morte dei figli. Forse i ragazzi erano stati lapidati dai Corinzi per vendicare la morte di Creonte e la figlia o forse furono nascosti dalla madre per sottrarli all’ira dei Corinzi e da qui era nata la leggenda della morte. Di tutte le riscritture del mito, antiche e moderne, quella più interessante per me è la Medea di Christa Wolf del 1996. Nel romanzo della scrittrice tedesca, la storia di Medea è completamente ribaltata. Wolf si ricollega al mito preeuripedeo di Medea, che la ritraeva come un’eroina positiva pronta ad aiutare il genere umano con le sue arti magiche. Nel suo romanzo, Medea non si macchia di nessuna colpa. Essa scappa dalla Colchide non per amore di Teseo ma per fuggire alla corruzione del suo paese perpetrata dal padre che è l’unico responsabile della morte del fratello. Una volta a Corinto diventa oggetto dell’odio e diffidenza dei cittadini che vedono in lei una straniera, una barbara. Medea viene cacciata esule dalla città e accusata della morte di Glauce e dei suoi stessi figli, che in realtà sono stati lapidati dai Corinzi. Essa diviene il simbolo dell’elemento femminile soggiogato dal maschile all’interno di una società patriarcale avida solo di potere.

Vorrei concludere con una citazione dal testo che non viene da Wolf ma che essa ha ripreso da un altro libro, Nonostante Platone di Adriana Cavarero. Questa riflessione apre l’ultimo capitolo di Wolf e sembra riassume efficacemente la denuncia pronunciata dalla scrittrice con la sua opera: “Gli uomini, che sono esclusi dal mistero di generare la vita, trovano nella morte un potere che, poiché porta via la vita, è considerato il più potente dei due.”

Non so cosa ne pensate voi ma, per me, questa è una grande verità. Forse la pazzia di Medea e di molte altre donne nei secoli è derivata dalla convinzione di poter cambiare lo status quo. Forse la loro pazzia nasce dalla consapevolezza di sapere il proprio valore ma non riuscire ad imporlo, rimanendo soffocate da tradizioni e credenze radicate che andrebbero definitivamente spazzate.

Opere: John William Waterhouse, Giasone e Medea, 1970, collezione private; Sarcofago romano, 140-150 d.C., Altes Museum, Berlino; Artemisia Gentileschi, Medea, 1630 circa, collezione privata.

Musiche: Louis-Nicholas Clerambault, Médée (1710); Musica: Ex Libris, Medea (2014); Musica: Vienna Teng, My Medea (2004).

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Picture of Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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