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Ascolta l'arte e mettila da parte
di Eveline Baseggio
L'ANGELO DELLA LUCE
17 novembre 2025
USCITA N.14
In un recente viaggio che ho fatto nelle Marche, ho avuto modo di osservare da vicino uno dei capolavori dell’ultimo Lorenzo Lotto: un artista inquieto, errante, che spesso si è distaccato dalle correnti artistiche più convenzionali del Rinascimento, offrendo interpretazioni originali – oserei dire quasi moderne – di soggetti tradizionali.
Il dipinto in questione, oggi al Museo Pontificio Santa Casa di Loreto, rappresenta San Michele che scaccia Lucifero. Fin dal momento in cui si guarda quest’immagine per la prima volta non si riesce a staccarne gli occhi di dosso, la scena ha un forte potere ipnotico. Saranno i colori blu e rosa brillanti che contrastano, la costruzione bilanciata della composizione, o il significato enigmatico e fuggente del dipinto…Immediatamente capiamo che questa non è la consueta scena che narra la cacciata degli angeli ribelli dal Paradiso per mano di Michele arcangelo. C’è qualcosa di più sofisticato e profondo che si cela dietro alle figure protagoniste. Il modo migliore per capirlo è leggere l’immagine.
Lotto coglie il momento decisivo della battaglia tra il bene e il male. L’arcangelo Michele, il prototipo del guerriero con armatura e spada alla mano, sta cacciando dal Paradiso il suo compagno Lucifero, anche lui un angelo ma ribelle. Lucifero non è semplicemente cacciato ma sta letteralmente cadendo nel vuoto, fagocitato dalle tenebre che lo aspettano sul fondo del quadro. Nuvole minacciose, come da temporale, si addensano alle spalle delle figure aumentando la drammaticità dell’evento.
La cosa straordinaria è che Lucifero ha le ali ma è come se queste improvvisamente non lo sostenessero più. Non solo. Man mano che cade subisce una trasformazione. La parte inferiore del corpo sta diventando più scura, come se le gambe caprine stessero per prendere forma: le dita dei piedi, infatti, si stanno piegando per assumere la forma a zoccolo. Gli è spuntata, visibile tra le gambe, mentre le ali stesse stanno cambiando colore: da un bel blu cobalto al nero. Tutto lascia presagire l’esito che immaginiamo: Lucifero presto si trasfigurerà in un mostro di aspetto caprino, ha perso il suo status, la fiaccola – ancora accesa – è stata spezzata dal piede di Michele e si sta spegnendo.
Eppure se paragoniamo questa scena a molte altre che immortalano questo momento, c’è qualcosa di insolito qui e non si tratta solo della bellissima invenzione lottesca di catturare la progressiva trasformazione di Lucifero, da angelo a demone. Michele non è il guerriero impavido che punisce il suo avversario senza pietà, spesso calpestandolo o infilzandolo con la spada. Nel volto dell’arcangelo si legge compassione, pena, forse velata tristezza. Ha la bocca semi-aperta come se stesse invocando Lucifero e gli porge la mano, quasi volesse salvarlo dalla sua caduta. Lucifero dal canto suo, tende anche lui il braccio nel vano tentativo di raggiungere il compagno.
Ma cosa significa tutto questo? Cosa avrà voluto dirci Lotto in questo suo dipinto così inusuale?
Per capirlo, dobbiamo prima ripercorrere brevemente la storia di Lucifero.
Un tempo Lucifero non era il nome del Male, ma quello della Luce. Nelle antiche tradizioni bibliche e nei testi patristici, il suo nome significava “portatore dell’aurora”, simbolo di bellezza e splendore divini. Egli era l’angelo più luminoso, il prediletto tra i cori celesti, riflesso della perfezione di Dio. Ma l’orgoglio – quella scintilla di desiderio di uguagliare il Creatore – lo spinse alla ribellione. Lucifero voleva non solo opporsi a Dio ma divenire a lui simile, e per questa prepotenza venne punito e Dio preparò l’inferno per lui e gli altri angeli ribelli che lo avevano appoggiato nella sua iniziativa.
La caduta di Lucifero non fu solo un evento cosmico, ma il dramma originario della libertà: l’angelo che voleva possedere la luce finì per perderla. Nel momento in cui precipitò negli abissi, il suo nome smise di essere un titolo di gloria e divenne sinonimo di oscurità.
Nel corso dei secoli, le Scritture e la teologia cristiana fusero progressivamente la figura di Lucifero con quella di Satana, trasformando il “figlio dell’aurora” nel principe delle tenebre. È da questo momento, soprattutto nell’epoca medievale, che comincia ad affermarsi l’idea di Lucifero come un mostro spaventoso: quella che tutti noi abbiamo bene in mente. Indelebile rimane l’immagine ritratta dai versi di Dante nel canto XXXIV dell’Inferno e che sembra prendere vita nella scena del Giudizio Universale di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, dipinta tra il 1303-5.
Lungi dall’essere il bellissimo angelo dannato, Lucifero ora è identificato con Satana, che significa avversario in lingua ebraica. È una creatura gigantesca, mostruosa, raccapricciante, a tre teste – di cui due di serpente – che ingoia senza tregua le anime dei dannati. La sua bruttura è il contrappasso necessario del peccato che ha commesso. Lucifero è l’incarnazione dello stato di abiezione del peccato. Come precisa Dante, egli è relegato in fondo all’abisso infernale, al centro della terra, il punto di massima distanza dall’eterno creatore e dal bene.
Un’immagine come questa doveva fungere da potente deterrente al peccato per tutti i visitatori della Cappella, soprattutto per il suo committente, Enrico Scrovegni, il cui mestiere di usuraio minacciava di destinarlo all’inferno. Quando qualcuno entrava nello spazio dipinto e si dirigeva verso l’altare, veniva istruito alla via della virtù attraverso le storie della Vergine e di Cristo. Ma quando voltava le spalle all’altare e si avviava verso d’uscita, l’imponente affresco del Giudizio Universale gli offriva un ultimo ammonimento.
Dopo la parentesi medievale e con l’affermarsi dell’iconografia degli angeli ribelli, dal Rinascimento in poi, Lucifero si libera gradualmente dall’aspetto bestiale e riassume un pò della sua originaria bellezza dannata, che diventa oggetto di interesse soprattutto nell’epoca romantica. In questo periodo l’ambiguità della sua storia emerge in tutta la sua complessità, soprattutto se pensiamo alla vicenda delle sculture dei due fratelli Geefs.
Entrambe le sculture — quella di Joseph Geefs (1842) e quella di Guillaume Geefs (1848) — furono commissionate dal Capitolo della Cattedrale di San Paolo a Liegi, per ornare il grande pulpito ligneo costruito pochi anni prima, intorno al 1840.
Questo pulpito, chiamato “la cattedra della verità”, era una commissione religiosa ufficiale: un complesso scultoreo destinato a rappresentare il trionfo della fede e della redenzione sul peccato e sul male. Il progetto prevedeva che, alla base del pulpito, comparisse la figura allegorica del “Genio del male” — cioè Lucifero, simbolo del peccato sconfitto dalla parola di Dio. L’idea si inseriva perfettamente nella tradizione iconografica cristiana: sin dal Medioevo, i pulpiti scolpiti rappresentavano spesso scene bibliche o allegorie del bene che sconfigge il male, per ricordare che dalla parola predicata nasce la salvezza. Nel clima ottocentesco di rinascita religiosa e moralizzante, la Chiesa di Liegi volle un soggetto che impressionasse i fedeli con la forza visiva del male vinto.
Nel 1842, il Capitolo della Cattedrale affidò dunque l’incarico a Joseph Geefs, che era allora un giovane scultore già apprezzato per la grazia e la purezza delle sue figure marmoree. Il suo Angelo del Male doveva incarnare il demone incatenato ai piedi del pulpito, cioè l’immagine della tentazione sconfitta dalla fede.
Il risultato, tuttavia, sorprese e scandalizzò i committenti: il suo Lucifero era di una bellezza disarmante, più vicino a un dio greco che a un simbolo di peccato. Il corpo nudo, la posa languida e il volto malinconico — più pensieroso che malvagio — trasmettevano compassione e fascino anziché ripulsa. I canonici giudicarono l’opera moralmente inappropriata per la cattedrale: anziché ammonire i fedeli, li avrebbe tentati.
Fu così che il Capitolo decise di rimuovere la statua nel 1844 (solo due anni dopo l’installazione) e di cercare una nuova versione dello stesso soggetto, ma dal tono più chiaramente moralizzante.
Nel 1848, il nuovo incarico fu affidato a Guillaume Geefs, fratello minore di Joseph e scultore già affermato, che seppe interpretare meglio le esigenze religiose della committenza.
Il suo Genio del Male rispondeva pienamente all’intento dei canonici: un demone sconfitto, in catene, lo sguardo rivolto verso terra, le ali abbassate. La bellezza classica rimaneva, ma piegata a un fine morale. L’opera, collocata nuovamente alla base del pulpito, fu accolta con favore: il messaggio teologico era ora chiaro e conforme al luogo di culto.
La storia di questa commissione, così come la varietà di forme e aspetti adottati da Lucifero nella sua vicenda iconografica millenaria, sono una dimostrazione della difficoltà di tradurre il concetto del male in figura: un essere repellente che incute terrore oppure una creatura tentatrice e affascinante?
E se invece il male fosse più simile e più vicino a noi di quanto immaginiamo?
Questo lo aveva capito il modernissimo Lorenzo Lotto, che nella sua versione della caduta dalla grazia divina ci propone due arcangeli gemelli. Michele e Lucifero si somigliano, quasi si rispecchiano: due angeli, due fratelli, due parti della stessa luce. Non c’è distanza assoluta tra chi cade e chi resta, tra chi si ribella e chi obbedisce. In quell’abbraccio mancato tra i due, Lotto sembra suggerire che il male non è sempre una forza esterna che ci assale, ma qualcosa che nasce dentro di noi, un’ombra che accompagna la nostra libertà.
Eppure, se abbiamo il coraggio di guardare dentro quell’ombra, possiamo scorgere anche lì un riflesso di luce. Perché forse, come Lotto ci insegna, la vera battaglia tra bene e male si gioca nel cuore umano, e solo riconoscendo l’oscurità che ci abita possiamo riscoprire la bellezza fragile, ma autentica, della luce.
Opere: Lorenzo Lotto,San Michele caccia Lucifero – Loreto, Museo Pontificio Santa Casa. Foto d’archivio Delegazione Pontificia Santa Casa di Loreto. Giotto, dettaglio dal Giudizio Universale, 1303-05, Cappella degli Scrovegni, Padova. Giotto, interno verso la controfacciata, Cappella degli Scrovegni, Padova. Joseph Geefs, Il Genio del Male, 1842, Royal Museums of Fine Arts, Bruxelles, Belgio & Guillaume Geefs, Il Genio del Male, 1848, Cattedrale di San Paolo, Liegi.
Musiche nel podcast: Charles Chaitman
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