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Ascolta l'arte e mettila da parte
di Eveline Baseggio
LEONARDO - PRIMA PARTE
"UN TAVOLO PER 13"
19 gennaio 2025
USCITA N.7
Ci sono pochi dipinti così iconici come l’Ultima Cena di Leonardo. Leonardo era un rivoluzionario e qualsiasi cosa faceva sbalordiva e lasciava a bocca aperta il suo pubblico. La sua pittura aveva la capacità di catturare l’osservatore, di muovere il suo animo e di stimolare l’intelletto: non è forse questo il motivo per cui ancora oggi, ogni anno, fiumi di parole vengono spese per gettare nuova luce sui suoi dipinti? Eppure, nonostante gli innumerevoli tentativi degli studiosi, il significato di quasi tutte le opere di Leonardo rimane sfuggente, elusivo. Questo è allo stesso tempo frustrante ma eccitante, un pizzico di mistero risveglia l’interesse anche dell’osservatore più annoiato e distratto.
Questo mio intervento non vuole essere l’ennesimo articolo volto a svelare qualche nuova scoperta o informazione straordinaria su Leonardo e la sua Ultima Cena. La mia vuole essere una lettura più umana di questo capolavoro, un avvicinarsi al dipinto per osservare meglio chi sono queste persone a tavola e cosa stanno esattamente facendo. Intendo analizzare quest’opera come studiosa ma anche come un semplice spettatore, per cercare di leggere Leonardo “tra le righe.”
Ogni rispettoso intervento sull’Ultima Cena non può che iniziare con una breve panoramica sul contesto in cui questo dipinto venne realizzato. Per chi aveva dipinto Leonardo l’Ultima Cena e perchè? Cosa rappresenta quest’opera nella carriera dell’artista?
Per prima cosa parliamo dell’incontro tra Leonardo da Vinci e il suo committente, il duca di Milano, Ludovico Sforza, detto il Moro.
Leonardo da Vinci era giunto a Milano da Firenze almeno dieci anni prima di iniziare l’Ultima Cena. Sembra che fosse stato raccomandato dal signore di Firenze, Lorenzo il Magnifico, e siamo abbastanza fortunati da poter leggere ancora oggi la lettera di presentazione che Leonardo inviò alla corte di Ludovico Sforza per assicurarsi un impiego. Oggi ricordiamo Leonardo come un grande pensatore ma soprattutto come un artista, invece lui stesso si presenta come tutt’altro al potente signore di Milano. La lettera è troppo lunga per essere qui citata per esteso ma vi garantisco che Leonardo fa un elenco abbastanza esaustivo dei suoi talenti nel campo dell’arte militare, nei lavori di ingegneria, di meccanica e idraulica, e solo nell’ultimo paragrafo, a piè di pagina, aggiunge:
“So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo.”
Possiamo immaginare che la lettera di Leonardo sia stata scritta con lo scopo precipuo di compiacere le aspettative dell’ambizioso patrono ma non si può negare che Leonardo fosse sincero nell’elencare i suoi interessi e le sue abilità, che corrispondono in modo abbastanza accurato alle ricerche condotte nelle sue migliaia di annotazioni. Certo Ludovico dovette rimanere impressionato dalla presentazione di Leonardo perchè ne fece il suo artista di corte e lo prese al suo servizio per quasi vent’anni.
Nonostante fosse un uomo abile ed astuto, pronto a sfruttare i vantaggi offerti da situazioni e persone, Ludovico non fu capace di approffitare abbastanza del genio di Leonardo. Inizialmente lo impiegò come regista, scenografo e costumista nell’allestimento di feste e spettacoli di corte, delle quali rimane solo qualche memoria scritta. Fu quasi certamente lui, poi, a commissionargli il ritratto della sua amante, Cecilia Gallerani, noto come La dama con l’ermellino, un’immagine di straordinaria bellezza e profondità emotiva. È innegabile, però, che il compito più ambizioso offerto da Ludovico a Leonardo fu la realizzazione di un monumento equestre da erigere a commemorazione del padre Francesco Sforza. Si trattava di un progetto che dovette solleticare alquanto il genio dell’artista. Per l’opera Leonardo aveva immaginato di realizzare un vero e proprio colosso: una statua in bronzo, alta più di sette metri, con il condottiero in equilibrio su un cavallo impennato. Una sfida vera e propria non solo alle leggi di gravità ma anche alle conoscenze tecniche e artistiche dell’epoca.
La vicenda del monumento equestre per Ludovico Sforza progettato da Leonardo, mi ricorda molto da vicino quella del monumento funebre ideato da Michelangelo per papa Giulio II. Due opere senza precedenti per scala e ambizione artistica che occuparono, o meglio tormentarono, per anni la mente e il corpo di due dei più grandi geni che l’arte abbia mai conosciuto. Anticipando la vicenda drammatica di Michelangelo e la tomba per il papa Giulio II, che fu realizzata solo moltissimi anni dopo la morte del committente e in forme modestissime rispetto al progetto originario, anche Leonardo non fu mai in grado di portare a termine il suo cavallo. Dopo aver dedicato numerosi studi alla figura dell’animale così come ai processi di fusione di un bronzo di tale dimensioni, Leonardo creò un gigantesco modello in creta già predisposto per il getto in bronzo. Il metallo destinato all’opera venne però impiegato per la costruzione di armi in vista della discesa del re francese in Italia nel 1494 e il modello fu alla fine distrutto durante la conquista di Milano nel 1499. La commissione dell’Ultima Cena arrivò come una sorta di consolazione per Leonardo così come accadrà per Michelangelo con il soffitto della Cappella Sistina. Ludovica Sforza aveva pensato bene di distrarre l’artista coinvolgendolo nella decorazione di quello che aveva predestinato come mausoleo della sua famiglia: la chiesa e il convento di Santa Maria delle Grazie a Milano.
Mi chiedo spesso come si sarebbe evoluta la carriera di Leonardo e Michelangelo se davvero fossero riusciti a portare a termire le loro straordinarie imprese. Certo non avremmo modo oggi di ammirare i due capolavori in cui sfogarono la loro frustrazione creativa: l’Ultima Cena e il soffitto della Cappella Sistina. È incredibile anche solo pensare che, infatti, queste due straordinarie opere pittoriche non esisterebbero se solo Leonardo e Michelangelo avessero potuto concentrarsi sui progetti che li stavano più a cuore.
– MUSICA –
Leonardo forse accettò la commissione dell’Ultima Cena come una sfida contro sé stesso. L’artista non aveva mai realizzato un’opera ad affresco e un dipinto di quelle dimensioni: una scena che misura in altezza più di 4 metri e in lunghezza più di 8. Non solo Leonardo non aveva familiarità con l’affresco, visto che nemmeno nella bottega del Verrocchio si praticava, ma si trattava di una tecnica complessa ed estremamemente strutturata che richiedeva delle qualità che non erano intrinsiche nella sua natura: capacità organizzativa e velocità nell’esecuzione. Come si deduce dalla sua stessa definizione, l’affresco è una pittura murale che si esegue quando l’intonaco è ancora fresco. I colori vanno aggiunti abbastanza velocemente quando la parete è ancora bagnata. Una volta che l’immagine si è asciugata non sono possibili ripensamenti. Per questo i pittori specializzati in questa tecnica dividevano il lavoro in sezioni, chiamate giornate, per essere sicuri di completare quanto si erano prestabiliti nel tempo a loro disposizione.
Come procede Leonardo nella realizzazione dell’opera?
Ben lungi dall’applicare le regole tradizionali della pittura ad affresco, Leonardo sceglie di piegarle alle proprie esigenze e ritmi di lavoro. Mette insieme una ricetta di colori di sua invenzione, mescolando olio e tempera, che applica su due strati di intonaco rallentando in questo modo il processo di esecuzione per ottenere le gradazioni tonali e i giochi di luce che gli stavano a cuore. Diversarmente dal collega Donato Montorfano, che eseguì la Crocifissione nella parete dirimpetto a quella su cui lavorava Leonardo nell’arco di un anno, nel 1495, egli ci impiegò quattro anni per completare la sua scena. Come ci ricorda il novelliere Matteo Bandello, che era nipote del priore del convento all’epoca dei lavori, a volte Leonardo arrivava:
“Al mattino presto, saliva sul ponte per dipingere, perché il Cenacolo è piuttosto alto rispetto al suolo. Era solito, dal sorgere del sole fino al tramonto, non staccare mai il pennello dalla mano, dimenticandosi di mangiare e bere, e dipingere continuamente. Poi, però, poteva passare due, tre o quattro giorni senza toccare il lavoro, e durante quel tempo si fermava anche solo un’ora o due al giorno per contemplare, riflettere ed esaminare le sue figure, giudicandole dentro di sé. L’ho visto anche, quando l’ispirazione o un capriccio lo colpivano, lasciare il lavoro a mezzogiorno – quando il sole è in Leone – da Corte Vecchia, dove stava modellando quel magnifico cavallo di terra, e andare dritto verso Santa Maria delle Grazie. Salito sul ponte, prendeva il pennello, dava una o due pennellate a una delle figure e subito dopo se ne andava altrove.”
Certo Leonardo era un artista anticonvenzionale! Come anticonvenzionale è la sua arte, sia per tecnica che per contenuti come l’immagine dipinta nell’Ultima Cena ci testimonia.
In italiano il titolo del dipinto di Leonardo è Cenacolo, dal termire che designa il luogo in cui Gesù e gli apostoli si riunirono per l’ultima cena. Si tratta di un episodio importante nella vita di Cristo, il preludio alla sua passione ma anche il momento in cui si commiata dai suoi discepoli istituendo il rito dell’Eucarestia. Durante il momento della cena, Gesù condivide il pane e il vino offrendoli come se fossero il suo stesso corpo e sangue, e invita gli apostoli a custodire memoria di questo gesto come segno di comunione e fratellanza nella loro opera di predicazione futura. È evidente che questo episodio rappresenta, insieme alla Crocifissione, il culmine dell’opera messianica di Gesù nel mondo e quindi non c’è da stupirsi che sia stato rappresentato con una certa frequenza nell’arte dei secoli. La Firenze del quattrocento era forse la città che poteva vantare il maggior numero di scene dell’Ultima Cena, eseguite da artisti del calibro di Beato Angelico, Andrea del Castagno e Domenico Ghirlandaio, per nominarme alcuni. Leonardo, quindi, si muoveva all’interno di una tradizione ben radicata ma dalla quale non esita a discostarsi.
– MUSICA –
Cosa rende l’Ultima Cena di Leonardo speciale?
Ad un primo sguardo il capolavoro leonardesco non sembra molto diverso da altre immagini raffiguranti l’ultima cena. Nei vari esempi precedenti, la scena si sviluppa in senso orizzontale con il tavolo e gli apostoli disposti frontalmente in direzione dell’osservatore. La sala che li accoglie appare più o meno decorata con marmi ed intarsie, e vivande sono distribuite sulla mensa, soprattutto acqua, vino e pane, gli elementi indispensabili della comunione cristiana. Il tono di queste immagini varia dal meditativo all’agitato, con gli apostoli colti in vari gesti e a volte in conversazione tra loro. Anche la tavola di Leonardo è organizzata nello stesso modo, se non fosse che l’intensità dei sentimenti e delle emozioni espresse dai commensali è molto più forte, realistica, drammatica. Leonardo, che aveva lavorato varie volte per Ludovico come registra teatrale, sapeva benissimo come rendere un’immagine, apparentemente immobile, viva e appassionata. Mentre nelle altre Ultime Cene, il ritmo di gesti ed espressioni sembra essere spezzato e manca di continuità, nel caso di Leonardo è come se una forza invisibile animasse le reazioni degli apostoli creando una sorta di reazione a catena. Lo spettatore moderno è inevitabilmente attratto da questa dinamica e chiamato ad intervire nella discussione, così come un tempo lo erano i domenicani che consumavano il loro pasto in questa stanza. Come molti altri monaci all’epoca, essi erano votati al silenzio alcune ore del giorno e potevano comunicare tra di loro solo mediante gesti.
La forza invisibile che anima le figure degli apostoli, l’epicentro del dramma in azione coincide con Cristo. Nessuno, prima di Leonardo, aveva rappresentato un Cristo tanto solo quanto emotivamente potente. È in lui che si trova, secondo me, la chiave di lettura dell’intera scena. Nelle immagini rinascimentali che precedono l’Ultima Cena di Leonardo, Gesù non è mai solo. Giovanni, il più giovane tra gli apostoli, è spesso rappresentato col capo reclinato sul tavolo, accanto al maestro, o addirittura appoggiato al suo petto. In altre versioni, Gesù è colto nell’atto di distribuire l’eucarestia o di lavari i piedi agli apostoli, azione che viene narrata esclusivamente nel vangelo di Giovanni. In Leonardo, invece, è isolato sia fisicamente che emotivamente, e la sua figura esprime un forte senso di umanità. Il suo corpo, che sembra proporzionalmente più grande degli altri, è ritto e frontale. I capelli lunghi che gli cadono sulle spalle e le braccia aperte gli danno la forma di una piramide. Non c’è un’aureola a identificarne la natura divina, ma il paesaggio visibile attraverso la finestra alle sue spalle gli incornicia il busto, e una luce soffusa lo avvolge. La figura di Cristo potrebbe benissimo essere ritagliata dalla scena senza interferire con quello che succede attorno. Nessuno infatti lo tocca o gli si avvicina, Cristo ha creato il vuoto intorno a lui. Abbassa lo sguardo mesto, consapevole della sua solitudine e dell’incomprensione che lo circondano. Sembra rassegnato. Con la mano destra sta per toccare un bicchiere di vino, mentre con la sinistra indica il pane.
Cristo ha svariati motivi per cui essere triste. Prima di tutto, ha appena annunciato che uno degli apostoli lo tradirà e lui sa benissimo che questo tradimento metterà in moto tutta una serie di eventi che culmineranno nella sua morte. Sa anche che gli apostoli che l’hanno accompagnato fedelmente durante la sua missione terrena non sono ancora pronti a comprendere appieno quello che accadrà, che al momento della sua cattura e crocifissione lo abbandoneranno, tutti tranne Giovanni che sarà presente ai piedi della croce insieme a sua madre e altre donne. Ma soprattutto, Gesù soffre perchè questa è l’ultima volta che vedrà i suoi amici, che condividerà il pane con loro, come ha fatto tante volte negli ultimi tre anni della sua vita terrena. Il momento della comunione, dell’incontro e della condivisione hanno un’importanza fondamentale nella predicazione di Gesù, che molte volte si ferma a mangiare con vari discepoli, per stabilire le basi di un forte senso di comunità. Pensiamo solo ad episodi noti e, frequentemente dipinti, come la cena in casa del fariseo, quella in casa di Simone, o quella post resurrezione, la cosidetta cena in Emmaus.
La tristezza di Cristo nell’Ultima Cena di Leonardo è il segno dell’amore profondo che prova per i suoi apostoli, coloro che ha scelto per portare avanti la sua missione di evangelizzazione. Apostolo infatti significa “inviato” e di conseguenza rappresenta uno speciale collaboratore, un missionario. Con queste persone Gesù ha creato un legame di amicizia forte come traspare dalle parole con cui inizia il capitolo 13 del vangelo di Giovanni:
“Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.”
Gli studiosi sono concordi nel riconoscere proprio nel vangelo di Giovanni la fonte usata da Leonardo per la realizzazione dell’Ultima Cena. Sappiamo che l’artista, una volta ottenuta questa commissione, aveva acquistato una Bibbia che poi rimarrà a far parte della sua collezione di libri. Non ci stupisce che dei quattro resoconti dell’ultima cena, Leonardo abbia scelto quello di Giovanni. Non solo è il più ricco di dettagli ma anche quello che si sofferma a descrivere lo stato d’animo di Gesù e degli apostoli in questo episodio ricco di pathos. Il vangelo di Giovanni ci presenta un Gesù straordinariamente umano e fragile. Si preoccupa per i suoi discepoli e per la sorte che li aspetta, tanto da intercedere presso il Padre per la loro protezione; li rassicura in più istanze, promettendoli la venuta dello spirito santo; risponde pazientemente alle loro domande impartendo importantissime lezioni, come quella del comandamento dell’amore. Nel momento dell’annuncio del tradimento, Gesù tradisce apertamente i suoi stessi sentimenti:
“Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà»
Leonardo coglie appieno lo stato d’animo di Gesù nel suo dipinto e lo rappresenta come nessuno aveva mai fatto prima. Il suo volto e il suo gesto rivelano la vera natura del maestro di fronte ai suoi discepoli.
Ma gli apostoli sono davvero in grado di comprenderla? Nel nostro prossimo episodio, esploreremo i gesti e le espressioni dei vari apostoli dipinti da Leonardo e cercheremo di capire cosa rivelano della loro personalità.
Opere: Leonardo da Vinci, Cenacolo, 1494-98, Santa Maria delle Grazie, Milano; Leonardo da Vinci, Studio per un monumento equestre, 1485-90 circa, Royal Collection; Leonardo da Vinci, dettaglio dal Cenacolo
Musiche: Lo spartito nascosto nel Cenacolo. Nel 2007, il tecnico informatico e musicista Giovanni Maria Pala, studiando la posizione della mani delle figure e dei pani disposti sul tavolo, ha scoperto una melodia nascosta nell’Ultima Cena di Leonardo; Hans Leo Hassler (1564-1612), Intrada IV; Vivaldi, Concerto n.4 in F minore, op. 8, L’inverno, Largo.
Musiche nel podcast: Charles Chaitman
LEONARDO – PRIMA SECONDA – Leggi qui
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