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Ascolta l'arte e mettila da parte
di Eveline Baseggio
NOI, COME LE PECORE
15 ottobre 2025
USCITA N.13
Avete mai pensato a quale animale assomigliate di più? È una domanda che compare spesso nei test di personalità.
Io, se penso al genere umano, tendo a paragonarlo a un gregge di pecore. Non sono certo la sola. Di solito, però, questo paragone ha un’accezione negativa. Oggi invece vorrei guardare le pecore sotto una luce diversa. Forse, osservandole meglio, possiamo trovare una chiave per capire noi stessi come specie.
La mia riflessione nasce da un video che ho visto alla Biennale di Venezia l’estate scorsa. L’opera è di Giorgio Andreotta Calò e faceva parte della mostra collettiva Nebula. Il titolo, in latino, significa “nuvola” o “nebbia”. Un’immagine che rimanda al disorientamento, fisico ed emotivo, che proviamo quando ci troviamo immersi in una nebbia materiale… o metaforica. Gli otto video esposti offrivano ciascuno una risposta diversa a questo senso di smarrimento, così tipico della nostra società.
Nel video di Calò, la protagonista è Bianchina, una pecora. La vediamo muoversi negli spazi dell’Ospedale dei Derelitti di Venezia, detto Ospedaletto. Un luogo straordinario: costruito nel 1527 per accogliere i malati durante una carestia, fu trasformato nel tempo da architetti come Palladio e Longhena, e arricchito dagli affreschi di artisti come Tiepolo. Nel corso dei secoli l’edificio ha affiancato alle funzioni assistenziali una rinomata scuola di canto per le orfane, e, più tardi, una casa di riposo… fino a cadere in parte in abbandono, salvo essere riaperto per mostre d’arte contemporanea.
Bianchina percorre questi spazi silenziosi, da sola. Passa attraverso la chiesa ricca di decori, scende la splendida scala ellittica di Giuseppe Sardi, entra nelle stanze ormai vuote dove un tempo erano ospitati i pazienti. Ogni tanto si ferma, si volta indietro, come per cercare qualcuno o comunicarci qualcosa, o forse solo per vedere dove sono le sue compagne. Le pecore, infatti, sono animali gregari: non vivono mai isolate. Bianchina era arrivata a Venezia con parte del suo gregge, ma l’artista ha scelto di mostrarcela sola.
E qui nasce il collegamento con noi. Non è forse vero che gli esseri umani si sono evoluti proprio grazie alla vita in comunità? Non cerchiamo continuamente il sostegno di un gruppo – per affinità, cultura, interessi – per sentirci più forti? Il senso di appartenenza è parte di noi. E spesso, come pecore, seguiamo i nostri simili senza chiederci troppo.
Ma Bianchina no. Lei vaga in solitudine in un edificio vuoto, quasi inquietante. La scala ellittica si erge a metafora dei meandri tortuosi della mente umana. Il suo percorso ci mette in guardia: lontani dal gregge rischiamo di perderci, di smarrirci nei luoghi oscuri della psiche. Ed è sorprendente quanto una semplice pecora possa insegnarci. Una pecora che si erge a guida, e che, con il suono di un piccolo campanello, ci offre un possibile orientamento dentro la nebbia del luogo e della mente.
Il video illuminante di Calò ci aiuta a capire il motivo per cui la pecora compare con una certa frequenza nell’arte religiosa, dall’epoca paleocristiana fino al barocco. L’immagine della pecora, e per analogia, del gregge e del pastore, è ricorrente nelle sacre scritture. Non solo l’agnello è l’animale sacrificale per eccellenza nell’Antico Testamento, ma già in questa parte più antica delle sacre scritture compare l’immagine di Dio come un pastore e degli uomini come il suo gregge. Riportiamo due passi dai Salmi, il primo scritto da Davide, figura centrale dell’Antico Testamento, anche lui originariamente un pastore prima di diventare re degli Israeliti:
“Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. (Salmo 23, 1-4).”
L’associazione tra il popolo di Dio e il gregge è reso anche più chiaro nel Salmo 100:
“Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. (Salmo 100, 3).”
Quando Gesù inizia la sua predicazione non c’è da stupirsi se ritorna più volte su questa immagine del gregge e del pastore, identificando sé stesso come tale. In due passi fondamentali del Nuovo Testamento – Luca 15, 4-7 e Giovanni 10, 1-18 – egli spiega il legame tra Dio e i suoi fedeli come quello del pastore con le sue pecore. Descrive uno scenario familiare ai suoi ascoltatori, molti dei quali erano pastori: lui è il Buon Pastore, colui che lascia le novantanove pecore per cercare la smarrita, che guida il gregge con la sua voce, lo conduce al pascolo e la sera lo riporta al sicuro. È il pastore che si prende cura delle pecore ed è pronto a dare la vita per loro, per difenderle.
Questa immagine semplice e potente, ha incoraggiato i fedeli nei secoli e appare in tutta la sua eloquenza nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Sopra la lunetta d’ingresso, un magnifico mosaico del V secolo mostra Gesù seduto su una roccia, circondato dalla sue pecore: appare nel suo fulgore, come il Salvatore, con grande aureola e bastone crociato. È un giovane imberbe, come spesso nell’arte paleocristiana, e mostra una tenerezza indicibile per il suo gregge che lo guarda come guida. Gesù accarezza con la mano destra il muso di uno degli animali mentre scambia un’occhiata di intesa con un altro. La scena trasuda pace e sicurezza: il gregge è al riparo, in un locus amoenus, sotto la protezione del Buon Pastore, Gesù Cristo. Quanto diverso è il sentimento rispetto al senso di disorientamento che si prova guardando il video di Calò. Bianchina è lì, sola: la pecorella smarrita, priva di guida e lontana dalle compagne. Il suo passo è incerto, l’ambiente inquietante. È uno stato mentale in cui tutti, a volte, ci siamo ritrovati.
Ma c’è un’altra immagine fortemente simbolica che ritorna nelle scritture e nell’arte: l’agnello sacrificale. Come vi ho accennato, gli ovini erano tra le vittime sacrificali più usate nell’antica cultura ebraica. Nel Nuovo Testamento Gesù stesso si offre come un agnello sacrificale, colui che prenderà il posto di tutti gli animali sacrificati, una volta per sempre. Suo cugino, Giovanni Battista, lo presenta così in un passo noto dei vangeli:
“Il giorno seguente, Giovanni vide Gesù che veniva verso di lui e disse: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! (Giovanni 1, 29).”
Per questo il Battista è spesso raffigurato accanto ad un agnello o con l’indice rivolto verso l’animale. In un dipinto di ignoto bolognese, oggi visibile in Santo Stefano a Bologna, Giovanni mostra con l’indice destro un piccolo agnello nimbato, accovacciato su un libro chiuso da cui pende un cartiglio con la scritta “ecce agnus dei (ecco l’agnello di Dio).” L’aureola crociata identifica l’animale come Cristo, mentre il libro chiuso attesta che le profezie dell’Antico Testamento si sono avverate con la sua venuta.
Ma nessuno ha reso questa immagine con tanta intensità quanto Francisco de Zurbarán, pittore spagnolo del Seicento. Contemporaneo di Velázquez, Zurbarán si distinse per immagini di profonda spiritualità evitando il dramma di molta pittura barocca. I suoi dipinti sono silenziosi, le scene immobili; ma il realismo delle figure provoca nello spettatore le emozioni più forti.
Nel suo celebre Agnus Dei, oggi al Prado, vediamo un agnello maschio, riconoscibile dalle piccole corna, legato e immobile. È un quadro di piccole dimensioni, fatto per essere osservato da vicino e, forse, originariamente, tenuto in mano. Questo crea un senso di intimità fisica ed emotiva tra osservatore e figura dipinta, che sembra prendere vita. A prima vista l’agnello appare come una natura morta; poi ci accorgiamo che respira, che il pelo è caldo, che gli occhi esprimono dolore e rassegnazione. Le zampe sembrano invadere il nostro spazio fisico. Nasce in noi un istinto di compassione, quasi il desiderio di liberarlo. Ma non possiamo: quell’agnello non appartiene al nostro mondo, è immagine di Cristo e del suo sacrificio, simbolo semplice e potente di un mistero ineffabile.
Uno degli ultimi fotogrammi del video di Calò evoca vivamente il dipinto di Zurbarán: Bianchina, stanca dal suo vagare, si accascia sul pavimento della chiesa, in una posa che ricorda l’agnello del pittore spagnolo. Nella sua fragilità, segnata dal disorientamento, ci restituisce la nostra immagine. Proprio come le pecore, abbiamo spesso bisogno di una guida, di una direzione, di sentirci parte di qualcosa. Quando smarriamo la strada, ci sentiamo persi, soli, vulnerabili E tuttavia, come Bianchina – non nel film ma nella realtà – può ritrovare le sue compagne, anche noi possiamo ritrovare la via: la solitudine e l’isolamento possono trasformarsi in opportunità di introspezione e di crescita personale, aiutarci a ri-orientarci e a tornare nel gruppo con maggiore consapevolezza. Noi, come le pecore.
Opere: Giorgio Andreotta Calò, Nebula, 2024. Single-channel video, multi-channel audio, color, sound, 33′. Commissioned and produced by Fondazione In Between Art Film. Co-produced by Studio Giorgio Andreotta Calò; Giuseppe Sardi, Scala, 1664-66, Complesso dell’Ospedaletto, Venezia; Buon Pastore, prima metà del V secolo, mosaico, Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia; Anonimo bolognese, Giovanni Battista, XIV secolo, tempera su tavola, Basilica di Santo Stefano, Bologna; Fracisco de Zurbáran, Agnus Dei, 1635-40, olio su tela, Madrid, Prado; Giorgio Andreotta Calò, Nebula, 2024. Single-channel video, multi-channel audio, color, sound, 33′. Commissioned and produced by Fondazione In Between Art Film. Co-produced by Studio Giorgio Andreotta Calò.
Musiche nel podcast: Charles Chaitman
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