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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

LA SAMARITANA

20 marzo 2026

 USCITA N.17

Viviamo in un tempo di divisioni. Le vediamo ovunque: nei conflitti internazionali, nelle tensioni politiche, nei dibattiti pubblici sempre più accesi. Ma anche nella vita quotidiana: nelle comunità, nelle famiglie, nei social network. Sembra sempre più difficile parlare con chi è diverso da noi. Diverso per religione, cultura, identità o convinzioni.
Le differenze diventano facilmente barriere. E le barriere creano distanza.
Eppure, se torniamo alle radici del cristianesimo, troviamo una storia sorprendente. Una storia che parla proprio di questo e che dimostra come anche i testi che appartengono al passato più lontano possano essere di una straordinaria immediatezza e attualità.
È l’incontro tra Cristo e la Samaritana al pozzo, raccontato nel quarto capitolo del Vangelo di Giovanni.
Una scena semplice: un uomo seduto accanto a un pozzo, una donna che arriva con una brocca.
Eppure, in quel breve dialogo succede qualcosa di davvero speciale. In poche battute Gesù rompe tre barriere fondamentali: la barriera tra uomini e donne, la barriera tra comunità religiose, e la barriera tra chi è considerato giusto e chi è giudicato peccatore.
È una storia di incontro, di ascolto, di dialogo. Ed è forse una delle storie più radicali e moderne di tutto il Vangelo.
Oggi vorrei raccontarla attraverso tre opere d’arte. Tre immagini create in epoche molto diverse, ognuna portatrice di un messaggio preciso.

La storia del Vangelo

La scena si svolge vicino alla città di Sicar, in Samaria. Gesù è stanco dal viaggio e si siede accanto a un pozzo. Non si tratta di un pozzo qualunque, ma di quello costruito da Giacobbe, uno dei patriarchi dell’Antico Testamento.
È mezzogiorno.
Arriva una donna.
Non sappiamo il suo nome. Nel Vangelo viene semplicemente identificata come membro di un gruppo etnico-religioso preciso: la Samaritana.
Gesù le dice una frase sorprendente:
“Dammi da bere.”
Per noi potrebbe sembrare una richiesta normale. Ma nel contesto dell’epoca è un gesto quasi scandaloso. Gli ebrei non parlavano con i samaritani. Le due comunità erano separate da secoli di ostilità religiosa e politica. I samaritani avevano un loro tempio sul monte Garizim e un loro modo di interpretare la legge. Per molti ebrei erano considerati eretici, impuri, persone da evitare.
Eppure Gesù parla con lei.
E non solo: le chiede acqua.
La donna capisce subito quanto sia insolita quella richiesta. E infatti risponde con stupore:
“Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”
È la prima barriera che cade. Ma non è l’unica.

Duccio: la lettura medievale

La prima immagine sulla quale mi vorrei soffermare è un dipinto di piccole dimensioni ma squisita fattura, realizzato dal grande pittore senese Duccio di Buoninsegna. L’opera si trova oggi al Museo Nacional Thyssen-Bornemisza. È una formella che faceva parte del retro della celebre Maestà che Duccio dipinse per il Duomo di Siena intorno al 1310 e rappresenta proprio Cristo e la Samaritana al pozzo.

Se guardiamo questa immagine vediamo una scena composta, ordinata, quasi silenziosa. Cristo è seduto accanto al pozzo, mentre la Samaritana si avvicina con la brocca. I loro gesti sono eleganti e misurati.

Nel linguaggio dell’arte medievale questa scena è prima di tutto un insegnamento. Cristo appare come il maestro che rivela la verità, mentre la Samaritana rappresenta l’umanità che ascolta. La donna, infatti, sta dalla parte dei discepoli, di coloro che devono essere istruiti.

Gesù siede solo sul bordo del pozzo, che assume quasi la forma di un fonte battesimale, e il suo atteggiamento è quello tipico del maestro.

Il gesto della sua mano è fondamentale: indica, spiega, insegna. Non sta semplicemente chiedendo acqua. Sta offrendo sé stesso, cioè la salvezza.

Duccio rappresenta infatti la parte finale del dialogo tra Cristo e la Samaritana, quando gli apostoli stanno tornando dalla città — dove erano andati a cercare del cibo — e la donna è sul punto di andarsene.

È in questo momento che Gesù rivela alla Samaritana qualcosa di importantissimo, che non aveva ancora detto a nessuno.

Prima di tutto le anticipa la rivoluzione spirituale che sta mettendo in atto, spiegando che presto non si adorerà più Dio in un luogo piuttosto che in un altro — riferendosi al primato che fino a quel momento aveva avuto Gerusalemme — ma nello spirito.

Subito dopo si rivela apertamente come il Messia.

Alla dichiarazione della Samaritana:

“So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa”,

Gesù risponde in modo diretto, senza parabole e senza ambiguità:

“Sono io, che parlo con te.”

Questo è un passaggio fondamentale nel Vangelo, senza precedenti.

Duccio riesce a cogliere bene la sorpresa della donna, che alza la mano per esprimere stupore e che di lì a poco lascerà la brocca per correre in città ad annunciare l’incontro straordinario che ha appena vissuto.

– MUSICA –

Michelangelo e la svolta psicologica

A partire dal Rinascimento, la vicenda di questo incontro comincia ad assumere un significato meno didattico e più psicologico.

Lo vediamo nell’immagine ideata da Michelangelo Buonarroti per una donna speciale: Vittoria Colonna.

I due erano legati da un rapporto profondissimo, spirituale e intellettuale, che conosciamo attraverso la loro corrispondenza e le poesie che si scambiavano.

Michelangelo regalò a Vittoria alcuni disegni di soggetto religioso, che sono stati interpretati come vere e proprie meditazioni visive.

Tra questi c’era anche un Cristo e la Samaritana al pozzo.

Il foglio originale purtroppo è perduto, ma conosciamo l’invenzione di Michelangelo grazie a copie antiche, come il dipinto realizzato da Marcello Venusti, uno dei suoi collaboratori più fidati, che tradusse in pittura molte invenzioni michelangiolesche.

È Vittoria Colonna stessa a parlare del disegno dell’amico in una lettera scritta il 20 luglio 1543 dal monastero di Santa Caterina a Viterbo.

Nelle sue parole si percepisce il forte impatto spirituale dell’immagine:

“Pregando quel Signore del quale con tanto ardente et humil cuore mi parlaste al mio partir da Roma, che io vi trovi al mio ritorno con l’imagin sua sì rinovata, et per vera fede viva ne l’anima vostra, come ben l’avete dipinta nella mia Samaritana.”

La nobildonna, che chiama affettuosamente il disegno “la mia Samaritana”, riconosce nell’immagine un esempio di fede viva.

Si tratta di un’affermazione molto forte, che rivela anche le convinzioni spirituali del circolo degli spirituali a cui appartenevano sia Michelangelo sia Vittoria Colonna.

Siamo infatti in un momento di grande crisi religiosa, quando la Chiesa cattolica si trova a confrontarsi con la diffusione della Riforma protestante. In questo clima molti intellettuali cercano nuove risposte: può la sola fede salvare l’uomo? Come possiamo relazionarci a Dio? Possiamo comprendere il suo messaggio direttamente?

La storia della Samaritana sembra offrire una risposta sorprendente.

La donna non è scelta da Gesù per la sua erudizione o per la sua virtù. Al contrario: è una peccatrice, una donna dalla vita complicata, eppure è degna di dialogare con il Salvatore.

Michelangelo coglie il momento più intenso della scena: lo scambio di parole e di sguardi tra i due è denso di significati.

La Samaritana indica la profondità del pozzo, stupita dalle parole di Cristo, mentre Gesù — con una mano sul cuore — rivela di essere lui stesso la fonte di quell’acqua viva che conduce alla vita eterna.

Nel Vangelo infatti si legge:

«Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva?”…Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

Lo sguardo della donna tradisce incredulità e curiosità, ma anche un’apertura che lascia intuire come la fede stia per nascere dentro di lei.

Per una donna come Vittoria Colonna, che pur essendo colta e istruita si definiva spesso nelle sue poesie incapace di comprendere pienamente le dottrine teologiche, il modello della Samaritana era profondamente consolante.

La fede non dipende dall’erudizione.

Non importa chi sei o quale sia la tua posizione sociale.

La verità può raggiungerti ovunque, se sei disposto ad ascoltare.

Artemisia Gentileschi

La terza interpretazione parla di uguaglianza.

Si tratta del dipinto di Artemisia Gentileschi conservato al Palazzo Blu.

Qui tutto cambia.

La Samaritana non è più una figura subordinata. Non è più soltanto il personaggio di una storia. È una donna reale, consapevole, forte.

Non sta più in piedi davanti a Cristo, ma siede di fronte a lui, alla sua stessa altezza.

Colpiscono la posizione del corpo e lo sguardo intenso della donna, che ascolta con concentrazione e intelligenza. Non c’è passività, ma riflessione.

Artemisia trasforma questa scena evangelica in un dialogo tra due esseri umani: due persone che si confrontano e cercano la verità.

È una scelta coraggiosa. E forse non è un caso che venga proprio da Artemisia, una donna che aveva dovuto conquistarsi il proprio spazio in una società profondamente patriarcale.

Con la sua arte Artemisia dimostra che il talento non ha genere. E che l’uguaglianza non è solo un’idea: può diventare un’immagine e dall’immagine una realtà.

In questo senso la sua Samaritana è forse la più vicina alla modernità del racconto evangelico.

Conclusione

Guardando queste tre immagini vediamo qualcosa di straordinario.

Tre epoche diverse. Tre modi diversi di leggere la stessa storia.

Nel Medioevo la Samaritana rappresenta l’umanità che riceve la verità.

Nel Rinascimento diventa una coscienza che si risveglia.

Nel Barocco diventa una persona che dialoga con Dio.

Eppure il cuore della storia rimane sempre lo stesso.

Gesù parla con chi è diverso. Con chi appartiene a un’altra comunità. Con chi è escluso. Con chi è giudicato.

E lo fa con una semplicità disarmante: chiedendo acqua, dimostrando la sua umanità.

Oggi, dopo duemila anni, continuiamo spesso a fare l’opposto.

Costruiamo confini. Difendiamo identità. Alziamo muri.

E spesso siamo così convinti delle nostre idee da non vedere ciò che è davanti a noi. La risposta, la verità.

Opere:

Duccio di Buoninsegna, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1308-11, tempera su legno, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid. Marcello Venusti, Cristo e la Samaritana al pozzo, XVI secolo, rame, Collezione Privata. Artemisia Gentileschi, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1637, olio su tela, Palazzo Blu, Pisa.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Picture of Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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