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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

LA PRIMAVERA DI BOTTICELLI.
UN DIPINTO, UNA MUSICA, UNA POESIA

4 giugno 2025

 USCITA N.11

Ci sono opere d’arte che sembrano non smettere mai di parlarci. Più le guardi, più trovi dettagli, simboli, significati nascosti. E poi ci sono quadri che non solo continuano a rivelarsi, ma che diventano fonte d’ispirazione per altre creazioni: poesie, musiche, persino spettacoli teatrali. La Primavera di Sandro Botticelli, oggi agli Uffizi di Firenze, è, secondo me, una di quelle opere che fanno entrambe le cose. E allora proviamo a capire insieme perché.

Ogni anno, con l’arrivo della primavera, mi torna in mente questo quadro. Basta una passeggiata al parco, il verde degli alberi, i fiori che punteggiano l’erba fresca, ed ecco che mi ritrovo in quel boschetto immaginato da Botticelli più di cinquecento anni fa. Ma siamo sicuri che quella figura centrale, così elegante e serena, sia davvero Venere? E le altre figure intorno a lei, che rapporto hanno con la primavera? Perché proprio questa scena è diventata il simbolo della stagione del risveglio?

La prima persona a interpretare l’opera come una celebrazione della primavera è stato Giorgio Vasari, artista e critico del Cinquecento. La vide nella villa del Duca Cosimo de’ Medici a Castello, accanto all’altra celebre tela di Botticelli, la Nascita di Venere. E la descrisse così:

“L’uno Venere che nasce, e quelle aure e venti che la fanno venire in terra con gli amori, e così un’altra Venere che le Grazie la fioriscono, dinotando la Primavera…”

Da questo breve passaggio possiamo cogliere due informazioni importanti: la prima, che il quadro apparteneva alla collezione della potente famiglia Medici, grande mecenate dell’arte rinascimentale. La seconda, che Vasari riconosce nella figura centrale una Venere, circondata dalle sue ancelle, le Tre Grazie, immerse in un abbraccio elegante e danzante.

A partire da queste osservazioni, gli studiosi moderni hanno proposto una quantità di interpretazioni – tutte affascinanti, nessuna definitiva. Proviamo a orientarci in questo intricato mondo di letture.

Mito, bellezza e trasformazione

Il primo livello di lettura è quello mitologico. La scena raffigurerebbe l’arrivo della primavera sotto la guida di Venere, dea della bellezza e dell’amore. Eccola lì, al centro della composizione, incorniciata da un cespuglio di mirto, pianta a lei sacra, mentre con lo sguardo e il gesto sembra invitarci a entrare nel suo regno.

Alla sua destra, le Tre Grazie rappresentano le tre dimensioni dell’amore – bellezza, castità e piacere – ma anche l’amore che si dà, si riceve, e si restituisce. In alto, sopra di loro, vola Cupido, con gli occhi bendati: sembra pronto a scoccare la sua freccia proprio verso una delle Grazie.

Sulla destra del quadro, un altro piccolo gruppo: il vento Zefiro, che somiglia a un Cupido cresciuto, sta per catturare la ninfa Clori, che poi si trasformerà in Flora, dea della primavera. Secondo il racconto di Ovidio, nei Fasti, Clori, una ninfa dei boschi, viene rapita da Zefiro. Da quell’unione nascerà Flora. Botticelli rende questo passaggio visivamente con un dettaglio poetico: dalla bocca di Clori sembrano uscire fiori, che poi si fondono con il vestito ricamato e fiorito di Flora, lì accanto.

Ovidio stesso scrive:

“Mentre favella, di bocca manda fuor fresche rose.”

All’estrema sinistra del dipinto, infine, troviamo Mercurio, messaggero degli dei, che con il suo caduceo scaccia le nuvole, proteggendo il giardino di Venere.

Venere… o Giunone?

Ma c’è un dettaglio che complica le cose. Venere, qui, è vestita. Insolito, per la dea dell’amore. E allora alcuni studiosi si sono chiesti: e se non fosse Venere, ma Giunone, la sposa di Giove e divinità protettrice del matrimonio? Nei Fasti, Flora racconta di come uno dei suoi fiori avesse reso feconda Giunone, da cui nacque Marte, il dio della guerra.

E in effetti, il ventre prominente della figura centrale, il velo, l’abito nuziale e la presenza degli aranci – dono di nozze a Giunone, piantati nel mitico giardino delle Esperidi – rafforzano questa lettura. A questo punto, l’intera scena potrebbe assumere anche un significato storico e sociale.

Un matrimonio mediceo?

Infatti, è stato ipotizzato che il dipinto sia stato commissionato in occasione di un matrimonio. Prima di arrivare nella villa di Castello, il quadro era custodito nel palazzo in Via Larga, residenza di Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico. Non è da escludere che l’opera sia stata realizzata per celebrare le sue nozze con Semiramide Appiani, nel 1482. La sposa potrebbe essere rappresentata da Venere, e lo sposo da Mercurio, la cui veste è decorata con fiammelle in riferimento al martirio di San Lorenzo, suo santo protettore.

C’è però un’altra possibile ispirazione, altrettanto affascinante. Il dipinto potrebbe essere una celebrazione poetica dell’amore tra Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico, e la bellissima Simonetta Vespucci, cantata nelle Stanze per la Giostra da Angelo Poliziano. Botticelli conosceva sicuramente Poliziano e la sua opera, e probabilmente conosceva anche Simonetta. Alcuni vedono in lei Flora, altri addirittura Venere. Nelle pagine del Poliziano, l’incontro di Giuliano con Simonetta, avviene, sotto gli auspici di Venere e Cupido, in un boschetto in fiore molto simile a quello dipinto da Botticelli, e Simonetta viene paragonata alternativamente ad una ninfa e a Flora stessa:

“Ella era assisa sopra la verdura allegra, e ghirlandetta avea contesta: di quanti fior creasse mai Natura, di tanti era dipinta la sua vesta. E come in prima al giovan pose cura, alquanto paurosa alzò la testa; poi con la bianca man ripreso il lembo levossi in piè con di fior pieno il grembo.”

Neoplatonismo: l’amore come elevazione

La possibile identificazione di Simonetta Vespucci con Flora, o secondo altri con la stessa Venere, ci apre le porte a un terzo livello di lettura del dipinto: quello filosofico.

Siamo nella Firenze di fine Quattrocento, un luogo dove l’arte e il pensiero si intrecciano grazie al mecenatismo di Lorenzo il Magnifico e alla cerchia di intellettuali che amava coltivare attorno a sé. Tra questi, spicca la figura del filosofo Marsilio Ficino, anima del Neoplatonismo fiorentino.

Ispirato alla riscoperta rinascimentale di Platone, il Neoplatonismo era molto più di una moda intellettuale: era un vero e proprio modo di vedere il mondo. Al centro di questo pensiero c’era l’idea che l’amore avesse un potere trasformativo, quasi magico. L’uomo, dicevano i neoplatonici, è l’unico essere della creazione posto a metà tra il mondo degli dèi e quello degli animali. E, grazie alla ragione, può decidere in quale direzione andare: elevare lo spirito verso il divino, oppure cedere agli istinti più bassi.

L’amore, in questa visione, diventa la forza che ci guida verso l’alto. Ma non si tratta di un amore qualsiasi: è l’amore per la bellezza, intesa non solo come armonia del corpo, ma come riflesso terreno di una perfezione celeste.

Ed ecco che il dipinto di Botticelli prende una nuova luce. Non è solo una celebrazione mitologica o una scena allegorica: è un invito, silenzioso ma potente, a seguire il cammino della bellezza come via per elevarci. A guidarci è una Venere casta, serena e composta, non la dea del desiderio sensuale, ma la Venere celeste, incarnazione di un amore puro e spirituale, che eleva anziché travolgere.

Una danza che continua

Finora ci siamo concentrati su quei livelli di lettura che collegano La Primavera di Botticelli al contesto specifico in cui nacque: la Firenze di fine Quattrocento, nuova Atene risplendente di arte e cultura, grazie anche alla lungimiranza di Lorenzo il Magnifico. Ma un’opera come questa non si esaurisce nel suo tempo. Al contrario, è come un seme che continua a germogliare nei secoli, arricchendosi di significati nuovi attraverso le creazioni di artisti che, anche senza saperlo, hanno dialogato con essa.

Penso subito alla Primavera di Antonio Vivaldi. Non sappiamo se il compositore veneziano abbia mai visto il dipinto di Botticelli. Ma, almeno per me, è impossibile ascoltare la sua musica senza pensare a quelle figure leggere, quasi sospese nell’aria. È come se, mettendo insieme le note di Vivaldi e i personaggi di Botticelli, accadesse una piccola magia: i corpi si animano, i panneggi si muovono, e la scena intera comincia a danzare davanti ai nostri occhi.

Così è come io personalmente interpreto questo capolavoro: come una danza silenziosa che trova voce nella musica. Mi piace pensare che Botticelli, nel progettare la composizione, avesse già in mente un certo senso di musicalità, anche se non possiamo dirlo con certezza. Dopotutto, faceva parte di una vivace cerchia di intellettuali, poeti, filosofi e artisti vicini alla famiglia dei Medici, e la musica era tra le passioni di Lorenzo. Non è difficile immaginare che proprio la musica accompagnasse le discussioni davanti ai dipinti.

Ma la Primavera non è solo musica e danza. Non è solo la trasposizione visiva di un testo poetico — che sia Ovidio o Poliziano. È anche, sorprendentemente, una rappresentazione teatrale.

Durante una ricerca per un progetto completamente diverso, mi sono imbattuta in un libretto musicale del 1616, scritto da Andrea Salvadori, letterato di corte dei Medici. Il testo si intitola Flora e racconta la storia d’amore tra Zefiro e Clori, culminante nella nascita della Primavera. Leggendo quelle pagine, mi è sembrato di avere davanti non solo un’opera teatrale, ma quasi un commento poetico e narrativo al dipinto di Botticelli.

A differenza del racconto di Ovidio, dove parla solo la ninfa Flora, nella Flora di Salvadori i protagonisti principali coincidono esattamente con quelli che Botticelli ha raffigurato sulla sua tela. Tanto che si potrebbe tranquillamente usare il dipinto come immagine di apertura dello spettacolo.

La vicenda si apre con un battibecco tra Venere e il figlio Amore. Obbedendo a un desiderio di Zeus — che voleva che la terra avesse le sue “stelle”, ovvero i fiori, come il cielo — Venere promette a Zefiro di favorire la sua unione con Clori, la ninfa dei campi toscani destinata a diventare Flora. Ma Amore si ribella: si comporta da bambino capriccioso, si rifiuta di obbedire alla madre, e viene allontanato.

A quel punto entra in scena Mercurio, che con l’aiuto delle Grazie riesce a placare il piccolo ribelle, facendolo addormentare. Approfittando del momento, gli ruba le frecce e le consegna a Venere, che può finalmente accendere l’amore tra Clori e Zefiro.

Questa è solo la prima parte del libretto, ma già si colgono affinità straordinarie con La Primavera di Botticelli. Venere, regale al centro della scena, appare come regina dell’amore, artefice dell’unione tra Clori e Zefiro. Clori, ormai trasformata in Flora, semina fiori sulla terra, rendendo il prato simile a un cielo stellato.

Sopra di lei, un Cupido bendato, simbolo dell’amore cieco punito dalla madre, sta per scagliare una freccia verso le Grazie, complici del piano orchestrato da Venere. Mercurio, infine, sembra quasi colto nell’atto di comunicare con Zeus, pronto a completare il progetto divino: far sbocciare la primavera.

Tante coincidenze, troppi parallelismi per non pensare che Andrea Salvadori avesse in mente il dipinto di Botticelli mentre scriveva la sua Flora. Specialmente considerando che l’opera si trovava nelle collezioni medicee. E forse, in fondo, anche lui stava partecipando a quel dialogo silenzioso che attraversa i secoli tra arti diverse, ma unite dallo stesso, eterno soffio di bellezza.

Conclusione

La Primavera di Botticelli non è solo un’opera da ammirare in silenzio davanti a una parete degli Uffizi. È un dialogo aperto tra le arti, i secoli, e le emozioni. Un mito che si fa filosofia, una poesia che si fa danza, una musica che si fa pittura.

E ogni volta che la guardiamo – che sia in primavera o in pieno inverno – questa immagine ci ricorda che la bellezza, quando è vera, non appartiene a un tempo solo. Come un seme piantato in un terreno fertile, continua a fiorire. In noi.

Opere: Sandro Botticelli, La Primavera, 1480 ca., tempera grassa su tavola, Le Gallerie degli Uffizi, Firenze; Sandro Botticelli, dettaglio con Venere; Sandro Botticelli, dettaglio con Le Grazie.

Musiche:Concerto 1 in Mi maggiore, opera 8, RV 269 (La primavera), primo movimento; Concerto 1 in Mi maggiore, opera 8, RV 269 (La primavera), secondo movimento; Concerto 1 in Mi maggiore, opera 8, RV 269 (La primavera), terzo movimento.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Picture of Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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