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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

LA NON VIOLENZA DI BEATO ANGELICO

15 febbraio 2026

 USCITA N.16

C’è un’immagine, nel monastero di San Marco a Firenze, che ogni volta mi spiazza. Non perché sia violenta. Non perché sia drammatica. Ma proprio per il contrario. È il Cristo deriso di Beato Angelico, nella cella numero 7. Un’immagine che, a prima vista, sembra quasi… troppo semplice. Pochi personaggi. Pochi colori. Pochi gesti. E invece, più la guardi, più capisci che non ti sta raccontando una storia. Ti sta facendo una domanda. Ed è per questo che, secondo me, è una delle immagini più moderne del Quattrocento.

Il Cristo nella tradizione

Partiamo dal soggetto. Il Cristo deriso è un tema molto diffuso, nell’arte cristiana, soprattutto nella pittura medievale e rinascimentale. Fa parte di uno degli episodi della Passione di Gesù. Di solito cosa vediamo? Una folla, soldati, corpi che si muovono, bastoni, sputi, risate, gesti violenti, espressioni caricaturali. È una scena narrativa, quasi teatrale. Lo scopo è chiaro: farci vedere la violenza, farci partecipare emotivamente.
Pensiamo, per esempio, alla scena realizzata da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Uno spazio che anticipa, per bellezza e ricchezza narrativa, la Cappella Sistina a Roma.
Cristo è al centro di un vortice di azioni. Seduto su un seggio alla sinistra di un cortile, è vestito in abiti regali, splendidi, ma il suo volto e linguaggio del corpo non parlano di regalità ma di sottomissione. Cristo infatti ha la testa piegata sul petto e lo sguardo mesto rivolto verso basso, in un atteggiamento che ricorda quello che ricompare poi nelle scene della Crocifissione. È circondato da persone che lo assalgono fisicamente, lo scherniscono, lo colpiscono. Tutto questo mentre sulla destra Pilato discute con i capi dei sacerdoti e a loro si rivolge così, come riporta il vangelo di Luca:
“Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà.”
Giotto, abilissimo, ritrae Pilato proprio mentre sta pronunciando le parole che Luca gli mette in bocca. Il racconto domina l’immagine. La pittura fa quello che il Vangelo racconta: mette in scena.

– MUSICA –

Nella cella 7

Ora entriamo nella cella 7 di San Marco. E succede qualcosa di straniante. Non c’è folla. Non c’è confusione. Non c’è movimento. Cristo è seduto. Bendato. Immerso in un silenzio quasi irreale. Le mani che lo colpiscono non hanno corpo. Emergono dal nulla. Come idee. Come concetti. Maria è lì, ma non vede e non urla. San Domenico è lì, ma legge. È tutto fermo. Questa non è una scena. È una condizione.
Siamo di fronte ad una composizione davvero unica. Non perché Beato Angelico inventi il soggetto, ma perché cambia completamente la funzione dell’immagine. Angelico segue la tradizione dei vangeli ma non alla lettera, la snellisce, la riassume, l’astrae. C’è ancora Cristo, anche quì è seduto in trono, è bendato, ha la corona di spine, è vittima di ingiurie. Ma lui Elimina il racconto, la sequenza temporale, la teatralità. E cosa resta? Resta l’essenziale. Una figura centrale. Un gesto sospeso. Uno spazio mentale. È una pittura che non dice: “Guarda cosa stanno facendo a Cristo”, ma: “Fermati. Pensa.”
Beato Angelico non dipinge per spiegare. Dipinge per attivare un pensiero. L’immagine non si completa sulla parete, si completa dentro alla mente di chi la guarda. È un meccanismo che riconosciamo benissimo nell’arte contemporanea: opere che non raccontano, opere che non guidano, opere che chiedono partecipazione interiore. Angelico fa questo nel 1440 circa. Dentro una cella. Per un frate solo.
Questo splendido affresco è, in realtà, parte di una serie di 44 scene che Angelico aveva realizzato, insieme a collaboratori, per le celle dei frati domenicani nel Convento di San Domenico a Firenze. L’impresa decorativa, una delle più vaste e complesse che ci siano pervenute, e che comprendeva anche scene in altri ambienti, era stata finanziata da Cosimo de’ Medici, l’uomo più influente di Firenze nel primo Rinascimento. Cosimo era un ricchissimo banchiere e un colto mecenate, insomma un uomo d’affari per dirlo nel linguaggio moderno. Nonostante la sua cultura, non possiamo pensare che abbia influenzato le scelte iconografiche di Frate Beato Angelico. Eh sì, perchè, anche lui era un frate domenicano, quindi conosceva a fondo le sacre scritture e praticava assisuamente la meditazione su di esse, come, anche oggi, è quotidianamente richiesto ai frati domenicani. La vita di questi frati è cambiata poco negli 810 anni che sono trascorsi dalla loro fondazione nel 1216. Insieme allo studio e alla preghiera comunitaria, la riflessione solitaria è parte integrante della loro routine.
Il frate a cui era destinata questa cella – a mio avviso tra le più belle del complesso – avrebbe pregato e meditato giornalmente di fronte a questa potente immagine. E avrebbe potuto identificarsi nei due atteggimenti offerti rispettivamente dalla Vergine Maria sulla sinistra e da San Domenico sulla destra. È evidente che, mentre entrambi stanno riflettendo proprio sull’episodio che si svolge alle loro spalle, la loro reazione è opposta. Maria, che ha vissuto il dolore e l’umiliazione del figlio in prima persona, e ne conosce il pronfondo significato, non ha bisogno di leggere per comprendere. Domenico, dall’altra parte, noto come grande studioso e illuminato pensatore – come ci ricorda la stella che lo identificò fin da bambino – legge e riflette. Si prepara per “trasmettere agli altri le cose contemplate” come recita il noto aforisma dell’Ordine dei Predicatori Domenicani “contemplata aliis tradere.”
Soffermiamoci però un attimo e guardiamo anche i colori, non solo le figure.
Non ci sono contrasti violenti. Non c’è dramma cromatico. A parte un tocco di rosso nel cubo su cui siede Cristo, tutto è smorzato e tenue. Il fondo verde-azzurro non è né cielo, né terra, ma uno spazio mentale. il bianco candido della veste di Cristo si propaga al primo gradino su cui poggia i suoi piedi. I toni del rosa-viola, dominano la cornice in alto, l’ultimo scalino della pedana e il velo della Vergine che l’avvolge quasi completamente.
Tra tutti spicca il bianco sgargiante della lunga tunica e mantello di Cristo. Così lontano dal manto color porpora con cui, secondo i tre vangeli di Matteo, Marco e Giovanni, lo coprono i soldati del governatore Pilato.
Il bianco di Cristo non è solo luce trionfante. Se, spontaneamente, pensiamo al bianco come simbolo di purezza e di innocenza, allo stesso tempo ci dà l’idea di qualcosa di asettico, una tabula rasa, una mancanza di punti di riferimento. Il fatto che Cristo sia bendato accresce il senso di disorientamento, non ci sta guardando, non ci guida. Per capire dobbiamo solo guardarci dentro.

– MUSICA –

Una resistenza alla violenza

Ed eccoci al punto che, secondo me, rende quest’immagine così attuale.
Angelico non risponde alla violenza con altra violenza. Non la spettacolarizza. Non la moltiplica. La neutralizza. La spoglia. La riduce a gesto astratto. Quelle mani senza corpo sono inquietanti proprio per questo: non sappiamo da chi arrivino. Potrebbero arrivare da ovunque. È una violenza anonima, come quella che spesso percepiamo oggi. E Cristo non reagisce. Non vede. Non risponde. Non perché sia passivo, ma perché resiste in un altro modo, con la forza della mente.

A questo punto possiamo fare un salto temporale senza forzature.
Molti artisti moderni e contemporanei lavorano così, come aveva già fatto Angelico: togliendo, semplificando, chiedendo tempo allo spettatore.
Uno dei primi che mi viene in mente, osservando il Cristo deriso, è Giorgio Morandi.
Morandi attraversa tutto il Novecento restando quasi sempre nello stesso luogo, nello stesso studio, con gli stessi oggetti. Mentre intorno a lui il mondo accelera ed esplode in due guerre, lui fa l’opposto: rallenta. Riduce. Ripete. Morandi dipinge sempre le stesse cose: bottiglie, scatole, oggetti comuni. Sempre gli stessi. Disposti con una calma ostinata. Colori spenti, bianchi sporchi, grigi caldi, rosa polverosi. Nessun colore che alzi la voce.
La critica ha spesso definito la sua una pittura antiretorica. Una pittura della durata, non dell’evento. C’è chi ha letto in queste immagini una forma di resistenza silenziosa, quasi morale.
Morandi dipinge così in un secolo attraversato dalla violenza. E sceglie di non rappresentarla.
Non la racconta. Non la denuncia. La assorbe. Quelle bottiglie non fanno nulla. Non reagiscono. Non si muovono. Ma stanno. Resistono nel silenzio.
Come il Cristo di Beato Angelico: circondato dalla violenza, ma già altrove.
In Angelico la violenza è trattenuta dalla fede. In Morandi è trattenuta dal silenzio. In entrambi, la pittura diventa un atto di resistenza.
E forse è per questo che queste immagini, così lontane nel tempo, continuano a parlarci oggi.
Perché ci ricordano che non ogni risposta alla violenza deve essere violenta. L’arte non deve necessariamente urlare o trasformare la violenza in spettacolo.
A volte dimentichiamo che la forma più radicale di forza è fermarsi, restare immobili. E pensare.

 

Opere: Giotto di Bondone, Il Cristo deriso, 1303-1305, affresco, Cappella degli Scrovegni, Padova; Beato Angelico, Cristo deriso, 1441-1443, affresco, Cella 7, Convento di San Marco, Firenze; Giorgio Morandi, Natura morta, 1956, olio su tela, Collezione Mattioli Rossi.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Picture of Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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