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Ascolta l'arte e mettila da parte
di Eveline Baseggio
IL SOGNO
15 maggio 2026
USCITA N.19
C’è un momento, ogni notte, in cui perdiamo il controllo.
Il corpo si abbandona, gli occhi si chiudono… e qualcosa prende il sopravvento. Non è del tutto immaginazione, non è del tutto realtà. È un luogo ambiguo, sfuggente. È il sogno.
Fin dall’antichità, l’umanità ha cercato di capire cosa accade in quello spazio misterioso. Perché sogniamo? Chi parla nei sogni? E soprattutto: possiamo fidarci di ciò che vediamo mentre dormiamo?
Nel II secolo dopo Cristo, un autore greco, Artemidoro di Daldi, scrive quello che possiamo considerare il primo grande manuale di interpretazione dei sogni: l’Oneirocritica. Per lui, i sogni sono segni, messaggi, codici da decifrare, intesi a rivelare il futuro.
Molti secoli dopo, nel 1900, Sigmund Freud pubblica L’interpretazione dei sogni. E tutto cambia. Il sogno non viene più dal cielo. Viene da dentro di noi. È il linguaggio dell’inconscio, il luogo dove desideri, paure e ricordi si travestono per poter emergere.
Tra Artemidoro e Freud si distende una lunga storia fatta di domande, visioni, tentativi di interpretazione. E in questa storia, l’arte ha avuto un ruolo fondamentale. Perché i sogni… sono immagini. E i pittori, più di chiunque altro, hanno provato a dar loro forma.
Nella storia dell’arte possiamo riconoscere diverse tipologie di sogni.
Ci sono sogni divinatori: come quello di Sant’Orsola, alla quale viene annunciato il suo destino di martirio, o quello di San Giuseppe, guidato nel sonno dall’angelo di Dio. Ci sono sogni ispiratori: visioni che fondano ordini religiosi, che orientano una vita, come nel caso di San Romualdo o di San Francesco.
E ci sono sogni ingannatori, o inquietanti: dove ciò che vediamo non illumina, ma confonde, spaventa, destabilizza.
Ma oggi… non voglio raccontarvi i sogni più famosi. Voglio soffermarmi su tre immagini meno scontate. Tre sogni che fanno pensare, più che offrire risposte.
– MUSICA –
Il primo è il sogno di una donna. Ma non di una donna qualunque.
Siamo a Bologna, nel Trecento. Il pittore Vitale degli Equi, detto anche Vitale da Bologna, ci mostra una scena intima, quasi domestica.
L’affresco, purtroppo molto rovinato, lascia ancora intravedere una giovane donna distesa su un letto, vestita. La mano appoggiata alla guancia suggerisce non un sonno profondo, ma un leggero assopimento: di quelli che servono a ritrovare le forze.
Eppure, un dettaglio cambia tutto: l’abito azzurro, e soprattutto l’aureola. Quella donna è la Vergine Maria. Se non fosse per questi segni, la naturalezza della scena potrebbe farci pensare a un momento qualsiasi, quasi una scena di vita quotidiana.
Che Maria sognasse è plausibile. Ma nessun Vangelo racconta i suoi sogni. E allora… cosa stiamo vedendo?
L’immagine è piena di dettagli enigmatici: i libri chiusi nel mobile accanto al letto, due città miniaturizzate, una donna che legge ai piedi del letto, e un arbusto che sembra emergere dal ventre della Vergine.
Per comprendere meglio questa scena, possiamo guardare a un’altra opera, meglio conservata: la tavola di Simone dei Crocifissi, allievo di Vitale.
Qui il sogno si chiarisce.
Maria sta vedendo il destino del figlio. Cristo appare crocifisso sull’albero della vita, che cresce direttamente dal grembo materno. Il senso del sacrificio è reso attraverso un simbolo fortissimo: il pellicano, che si squarcia il petto per nutrire i piccoli con il proprio sangue: immagine della redenzione.
Ma resta una domanda. Chi è la donna che legge?
Non ha aureola. Non è una santa. E allora, forse, la chiave è proprio nel libro.
Se non sono le Scritture, potrebbe trattarsi di una preghiera. E infatti, proprio in quegli anni, circolava in Italia un testo molto diffuso: una sorta di orazione popolare, costruita come dialogo tra Maria e il figlio.
Maria si assopisce. Gesù le appare e le chiede: “Dormivi o vegliavi?” E lei racconta il suo sogno terribile: la crocifissione. Cristo conferma la verità della visione e aggiunge:
“Madre mia, questo non è un sogno ma la verità. Ma chi dirà tre volte al giorno questa orazione, non vedrà mai le pene dell’inferno.”
Possiamo allora immaginare che la donna stia leggendo proprio quel testo. E che l’immagine sia, in fondo, la sua visualizzazione. Le due città potrebbero essere Betlemme e Gerusalemme:
l’inizio e la fine.
L’affresco si trovava nella chiesa di Mezzaratta, lungo un percorso di pellegrinaggio verso l’Osservanza. Qui operava una confraternita laica, la Compagnia del Buon Gesù, dedita all’assistenza di pellegrini e bisognosi. Per loro, quel testo era familiare. Lo portavano con sé, come una protezione.
E quell’immagine doveva apparire, allo stesso tempo, misteriosa… e profondamente riconoscibile.
– MUSICA –
Il secondo sogno è di tutt’altra natura.
Non è una visione privata. È un segno che cambia la storia.
Si tratta del sogno di Costantino, raffigurato in un rilievo bronzeo di Andrea Riccio, oggi conservato alla Ca’ d’Oro a Venezia.
Originariamente, il rilievo decorava un altare nella chiesa dei Servi di Maria, che custodiva una reliquia preziosa: un frammento del titolo della croce di Cristo.
Il Riccio non rappresenta la celebre visione nel cielo. Si concentra invece sul momento successivo. Costantino, incapace di comprendere il segno, si addormenta. E in sogno, Cristo gli appare.
La scena è affollata, dinamica. Eppure l’imperatore emerge chiaramente: seduto, pensoso, sorregge il volto con la mano. Non dorme del tutto. È sospeso. È proprio in questo stato intermedio che riceve la risposta. Il sogno, qui, non crea il segno. Lo interpreta.
E il giorno dopo, Costantino agirà. Imponendo il segno della croce sulla fronte dei suoi soldati vincerà la guerra in nome di Cristo e farà della religione cristiana la religione dell’impero.
Ma non tutti i sogni guidano. Alcuni soffocano. Sono gli incubi.
Per descriverli, il neurologo Ernest Jones parlava di oppressione, di angoscia fisica.
Gli antichi, invece, immaginavano un demone: una creatura che si posava sul petto del dormiente. “Incubare” significa proprio questo: giacere sopra.
Questa idea prende forma visiva potentissima nel dipinto L’incubo di Johann Heinrich Füssli: una giovane donna giace supina, il corpo abbandonato in una posa innaturale, mentre una creatura mostruosa le grava sul petto. L’incubo, qui, non è più solo un racconto: è un peso fisico, una presenza che opprime.
Ma è con Francisco Goya che tutto cambia.
Nella sua incisione Il sonno della ragione genera mostri, realizzata intorno al 1799 come parte della serie dei Caprichos, non c’è più alcun demone esterno.
Questa non è un’opera commissionata da un potente o destinata a un altare.
È un’opera personale, concepita per la diffusione a stampa, rivolta a un pubblico colto, partecipe del clima illuminista della Spagna di fine Settecento.
I Caprichos sono una critica feroce alla società: superstizione, ignoranza, corruzione.
E questa immagine ne è il cuore.
Un uomo — forse lo stesso Goya — dorme, piegato su un tavolo. E intorno a lui si addensano creature della notte: gufi, pipistrelli, presenze ambigue. Non sono visioni divine. Sono paure. Ma soprattutto, non nascono nel buio. Nascono quando la ragione si spegne.
Il titolo è ambiguo: “Il sonno della ragione genera mostri”… ma potrebbe anche significare: quando la ragione dorme, emergono i mostri.
Non è un rifiuto della ragione. È un avvertimento. Senza di essa, siamo in balia delle nostre ombre.
E forse, a questo punto, torniamo alla domanda iniziale.
Cos’è un sogno?
Un messaggio divino? Un enigma da decifrare? Un inganno? O una verità che non riusciamo ad accettare da svegli? Forse tutte queste cose insieme. Forse nessuna. Perché il sogno sfugge. Si dissolve appena cerchiamo di afferrarlo. Ci parla… ma in una lingua che non conosciamo fino in fondo.
E forse è proprio questo il suo potere: rimanere sempre un po’ oltre la nostra comprensione. Un’immagine che ci attraversa. Una voce che non possiamo del tutto tradurre.
E allora, stanotte, quando chiuderai gli occhi…chissà chi parlerà.
Non mi resta che augurarvi sogni d’oro.
Opere: Vitale degli Equi, Il sogno della Vergine, 1353-55, affresco trasportato su tela, Pinacoteca Nazionale di Bologna; Simone dei Crocifissi, Il sogno della Vergine, 1355-60, tempera su tavola, Pinacoteca Nazionale; Andrea Riccio, Il sogno di Costantino, 1500 ca., bronzo, Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, Venezia; Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797, acquaforte e acquatinta, Biblioteca Nacional de Espana, Madrid.
Musiche nel podcast: Charles Chaitman
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