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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

ICARO

10 maggio 2024

PRIMA USCITA

Avete mai provato la sensazione di toccare il cielo con un dito? Icaro sì, è arrivato così vicino alle stelle ma poi è ripiombato giù, nell’abisso. La sua storia è stata oggetto di innumerevoli poesie e ispirazione per gli artisti nei secoli e racchiude un messaggio importante anche per noi oggi. Allora, raccontiamola!

Il mito di Icaro è abbastanza noto. Icaro è quel giovane che aveva osato volare troppo vicino al sole e per questo ha perso la vita. La sua storia riguarda un concetto ricorrente nella mitologia antica che è quello dell’hybris, parola greca che significa tracotanza. Una persona pecca di hybris quando è estremamente prepotente e troppo sicura di sé, fino al punto di perdere di vista le leggi della natura e di superare i confini tra l’umano e il divino. La punizione inflitta dagli Dei in casi di hybris è sempre dura, esemplare e necessaria a ristabilire l’equilibrio spezzato. Icaro col suo volo aveva sfidato sia la natura che gli Dei ed è per questo che è stato punito con la morte. Ma è davvero in questo atto che si racchiude tutto il significato della sua storia? Assolutamente no, la vicenda di Icaro è molto più complessa e ricca di sfumature. Per comprenderla appieno dobbiamo allargarla e includere in essa anche la figura del padre.

Icaro aveva un padre molto famoso che si chiamava Dedalo. Nel testo delle Metamorfosi di Ovidio – la bibbia della mitologia classica – la storia del padre precede quella del figlio e il destino del giovane è segnato dalle colpe dell’anziano genitore. Vediamo come si svolge la narrazione.

Dedalo incarna la figura dell’inventore geniale. Era un artigiano di Atene, forse l’inventore stesso dell’arte dell’artigianato e dei suoi strumenti, e il suo nome è legato ad una serie di invenzioni: tra le altre, il primo stabilimento balneare e la prima pista da ballo. Fu anche il creatore di statue così realistiche da sembrare vere. Un’abilità la sua al di fuori dal comune, un vero e proprio dono divino. Purtroppo però, come spesso accade con le persone di talento, Dedalo era terrorizzato all’idea di perdere il suo primato, era un uomo insicuro e geloso. Quando sua sorella gli affidò il nipote perché egli si occupasse della sua educazione, essa non avrebbe mai immaginato di cosa Dedalo fosse capace. Il giovinetto, Talo, era intelligente e creativo tanto quanto lo zio. A soli dodici anni, infatti, aveva già inventato la sega e il compasso. Dedalo, che non poteva sopportare la possibilità di avere un competitore, decise di uccidere il nipote. Lo spinse giù dalla sacra rocca di Atena e fece passare il fatto come un terribile incidente. Fortunatamente la dea Atena, in quanto protettrice delle persone di talento, prese il corpo del giovane prima dello schianto e lo trasformò in un uccello: una pernice.

A causa di questo avvenimento, Dedalo fu esiliato da Atene e giunse a Creta dove entrò al servizio del crudele ed ambizioso re Minosse. In Creta, Dedalo diede vita ad alcune delle sue creazioni più straordinarie e controverse. Per la regina Pasifae creò una vacca di legno affinché essa potesse soddisfare la sua abominevole passione per il toro del marito e unirsi a lui carnalmente. Per il re Minosse costruì il famoso labirinto in cui rinchiudere la mostruosa creatura che era nata da quell’unione innaturale, il Minotauro. Fu a questa struttura prodigiosa che fu legato il nome e il destino di Dedalo per sempre. Un luogo che, secondo me, può essere visto come una metafora del cervello umano, così complesso e misterioso, immagine di un’ingegnosità che può essere, allo stesso tempo, straordinariamente brillante come tremendamente crudele.

Dopo la costruzione del labirinto, la situazione a corte per Dedalo e il figlio precipita. Anche se Minosse aveva probabilmente apprezzato l’impresa di Dedalo, non aveva però nessuna intenzione di condividere con qualcun’altro la mente brillante dell’inventore. Quindi decise di imprigionarlo, insieme al figlio, affinché rimanesse nella sua corte per sempre. Secondo alcuni lo rinchiuse nello stesso labirinto, secondo altri in un’alta torre senza vie d’uscita. È anche probabile che Minosse nutrisse un certo rancore nei confronti di Dedalo per aver aiutato la moglie a soddisfare la sua passione insensata o che lo avesse punito dopo aver saputo che aveva assistito la figlia Arianna e il suo amante ateniese, l’eroe Teseo, nell’impresa dell’uccisione del Minotauro. Ma questa è una storia per un altro episodio…Quello che è importante sottolineare è come Dedalo e figlio fossero diventati prigionieri di Minosse dopo la costruzione del labirinto.

Animato dal desiderio di scappare oppure dalla nostalgia per sua città, Atene, come ci racconta Ovidio, Dedalo escogita una soluzione assolutamente eccezionale per fuggire da Creta. Avendo capito che evadere per terra o per mare sarebbe stato impossibile, decise di farlo attraverso il cielo. Dopo aver osservato il volo degli uccelli, costruì per sé e per il figlio un paio di ali utilizzando delle piume che aveva raccolto e la cera delle candele. Un’idea a dir poco geniale! E qui vorrei aprire una parentesi di storia dell’arte, perché solo un’opera d’arte può aiutarci a capire quanto sia denso di significati questo momento della vicenda.

Tra tutti gli artisti che hanno immaginato la scena, personalmente trovo che la versione dello scultore Antonio Canova, oggi visibile al Museo Correr di Venezia, sia particolarmente interessante per una serie di motivi. Prima di tutto coglie appieno l’interazione tra padre e figlio come descritta nelle Metamorfosi di Ovidio. Mentre Dedalo è occupato nella sua opera, e la fronte corrucciata unita all’espressione delle labbra ne rivelano la concentrazione, Icaro guarda il lavoro del padre con aria divertita. Nella sua mente di fanciullo, è eccitato, impaziente e non si cura affatto dei pericoli che gli stanno di fronte, i quali sembrano invece iscritti nelle profonde rughe che percorrono la fronte del padre. Come dice Ovidio, mentre dava istruzioni al figlio e lavorava, le mani di Dedalo cominciarono a tremare e le sue guance di padre anziano si rigarono di lacrime. La preoccupazione paterna, il peso dell’esperienza e delle colpe sono immortalate da Canova nella figura canuta e ricurva di Dedalo che contrasta con la bellezza e delicatezza del figlioletto Icaro. L’opera è insieme un inno al legame tra padre e figlio ma allo stesso tempo un grido all’indipendenza del secondo verso il primo. Canova lo sapeva bene perché in questi anni, poco più che ventenne, muoveva i suoi primi passi da scultore indipendente e prendeva distacco dagli insegnamenti del nonno Pasino, anziano scalpellino e maestro di scultura (nonché volto dietro il quale si celano le sembianze di Dedalo). Canova era pronto a spiccare il volo! Non a caso, forse, aveva scelto questo mito per la sua opera scultorea, una scelta azzardata: visto che la vicenda era molto più spesso rappresentata in pittura che in scultura. Ma non dimentichiamo che Dedalo stesso era celebrato per sculture che parevano fossero vive, proprio come quelle di Canova.

Ritornando alla storia…Mentre ultimava le sue ali, Dedado impartiva istruzioni precise al figlio e qui cito la traduzione da Ovidio:

“…vola a mezza altezza, Icaro, mi raccomando, in modo che l’umidità non appesantisca le penne se vai troppo basso, e il calore non le bruci se vai troppo alto…Vienimi dietro, ti farò da guida.”

Partono padre e figlio verso la loro avventura, Dedalo davanti si continua a girare timoroso per Icaro, esortandolo. Pastori e pescatori sulla terra li osservano stupiti scambiandoli per divinità, quando mai un uomo aveva del resto osato così tanto? Ed ecco che Icaro, presa dimestichezza con il volo, comincia a diventare più ardito. Attratto dal cielo si stacca dal padre e, come lui aveva temuto, si porta sempre più in alto. La vicinanza del sole scioglie quindi la cera delle ali e ben presto precipita a capofitto nelle acque azzurre che da lui prendono il nome: il mare Icario. Dice Ovidio:

“Il misero padre, ormai non più padre, ‘Icaro’, gridava intanto, ‘Icaro – gridava – dove sei? Da che parte sei andato? Icaro!’ gridava, quando scorse le penne sui flutti. E allora maledisse la sua arte, poi compose la salma in un sepolcro.”

La perdita di Icaro e il tormento che ne deriva vengano acuiti nel vecchio Dedalo dal senso di colpa, quando una pernice ciarliera lo scorse mentre tumulava il corpo e trillò di gioia. Si trattava del nipote ucciso, simbolo di quella colpa che aveva causato la morte di Icaro.

La vicenda di Ovidio si chiude così, con una punizione esemplare per Dedalo che viene ferito nel suo orgoglio di inventore geniale – le ali fittizie non hanno funzionato – e nel suo affetto paterno, un aspetto della personalità di Dedalo che l’autore latino sottolinea con insistenza.

Quella di Icaro e di Dedalo è una vicenda dai molteplici messaggi. Naturalmente il primo è un monito a non volare troppo in alto, con la propria ambizione e fantasia. Secondo gli antichi pensatori, noi uomini siamo destinati a stare nel mezzo, a mantenere la giusta distanza tra la natura – che vorrebbe trascinarci verso il basso, verso la bestialità – e il divino che va rispettato e non emulato. In moltissimi miti, i mortali che tentano di avvicinarsi alle divinità o di sfidarle vengono severamente puniti. Il dolore umano, poi, e i suoi travagli non hanno peso nel grande disegno della natura, come molte immagini del mito di Icaro rivelano. Prendiamo per esempio il dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio oggi visibile al Museo Reale delle Belle Arti del Belgio a Bruxelles. In questa scena solare e brulicante di vita, Icaro è appena visibile: le sue gambe, inghiottite dai flutti del mare, sono solo un dettaglio del vasto paesaggio, bello e impassibile alla tragedia del giovane.

Un secondo messaggio ha una forte valenza psicologica ed è particolarmente rilevante nella nostra società moderna. È evidente che il peso che Icaro porta, quello che letteralmente lo trascina giù, non deriva solo dalla sua immaturità ed inesperienza ma anche, soprattutto, dalle colpe del padre. Anche se non viene rivelato esplicitamente da Ovidio, quello a cui il suo testo allude è l’idea che Icaro era destinato a morire come contrappasso alle azioni commesse dal padre. Ma perché Icaro doveva farsi carico delle colpe del padre? Queste facevano parte della sua eredità genetica? Icaro rappresenta forse la nostra psiche che collassa appesantita dagli errori della nostra famiglia? O il tentativo di staccarsi da esse al punto di morire e rinascere come una nuova creatura?

Questa lettura a mio avviso si lega molto al terzo significato che deriva da questa vicenda e che ha ispirato moltissime poesie. E se il volo di Icaro fosse visto come un’impresa straordinaria, fuori dal comune, senza contare l’esito finale? In fin dei conti nessun essere umano aveva mai volato, prima di lui, così in alto, quasi al punto di toccare le stelle con un dito. A questo pensiero positivo, intriso di possibilità, mi piace associare l’Icaro creato da Henri Matisse come una delle illustrazioni del suo Jazz Book, una copia delle quali si trova al Metropolitan Museum di New York. Si tratta di un’immagine semplice, un collage o un “disegno con le forbici,” come lo chiama Matisse. La sagoma nera di Icaro sembra fluttuare o, meglio, danzare contro un cielo stellato. Il suo cuore rosso, pulsante, è l’unico dettaglio che caratterizza la figura. Che io sappia nessuno, prima di Matisse, aveva mai immaginato Icaro da questa prospettiva, come se lo guardassimo cadere dall’alto, e non dal basso, come se la nostra prospettiva fosse equiparata a quella delle stelle. E, da questo punto di vista, la sua caduta sembra rallentata, sdrammatizzata, quasi idealizzata: una danza tribale nella notte, un trionfo, un grido di gioia.

Icaro, in fondo, non rappresenta solo l’emblema della punizione divina all’arroganza umana. Il suo volo, il suo salto nel nulla, è anche immagine delle possibilità umane, di quell’istinto a lanciarsi nelle esperienze senza sapere che esito avranno. Ma è meglio vivere avendo provato a realizzare i nostri sogni, anche se a volte senza successo e con dolore, o morire col rimorso di non averlo fatto? E qui vi rispondo citando un passo di una poesia di Jacopo Sannazaro (1530 ca.):

“Avventuroso e ben gradito affanno, poi che morendo eterna fama ottenne: felice chi in tal fato a morte venne, che si bel pregio ricompensi il danno.”

E allora, come ci insegna Icaro, voliamo! Liberiamoci dalle colpe che abbiamo ereditato, rompiamo i limiti che ci siamo autoimposti e danziamo nel buio, alla luce delle stelle.

 

Opere: Dedalo e Icaro, Antonio Canova, 1779 – Icaro, Pieter Bruegel il Vecchio, 1558 circa –  Icaro, Henri Matisse, 1947

Musica: Ralph Vaughan Williams, “The Lark Ascending;” Brian Ferneyhough, “La chute d’Icare;” Yngwie Malmsteen, “Icarus’ Dream Suite.”

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Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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