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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

EROS/CUPIDO: IL VOLTO DELL’AMORE

15 settembre 2026

 USCITA N.21

Se vi chiedessi di immaginare l’amore, di dargli un volto, di trasformarlo in una persona, come lo vedreste?
Sono abbastanza sicura che molti di voi penserebbero immediatamente a un bambino o a un piccolo angelo alato. Un essere paffuto, magari nudo, con due piccole ali sulla schiena, un arco e una faretra piena di frecce.

Cupido.

È probabilmente una delle immagini più riconoscibili della nostra cultura.
Ma vi siete mai chiesti da dove venga?
Perché l’amore dovrebbe avere proprio quell’aspetto? Perché dovrebbe avere le ali?Perché dovrebbe essere armato di arco e frecce? E soprattutto: è sempre stato così?

La risposta è no.

Quella che ci sembra un’immagine semplicissima, quasi universale, è in realtà il risultato di una storia lunghissima. Una storia fatta di trasformazioni, sovrapposizioni, reinterpretazioni.
Perché quello che oggi chiamiamo Cupido nasce da una figura molto più antica: Eros.
E se vogliamo capire davvero chi è quel piccolo bambino che continua a comparire nei dipinti, nelle sculture, nei sarcofagi e persino nella nostra cultura popolare, dobbiamo tornare indietro di oltre duemila anni.

E scopriremo che, all’inizio, Eros non era affatto un bambino.
La nostra storia comincia nella Grecia arcaica.
E qui troviamo una prima sorpresa.
Nella Teogonia di Esiodo, uno dei più antichi testi della mitologia greca, Eros compare all’inizio della formazione del cosmo. Non è ancora il figlio di Venere. Non è un adolescente. Non è un bambino. Non ha ancora arco e frecce.

Eros è una potenza primordiale.
È la forza del desiderio e dell’attrazione che rende possibile la generazione. In altre parole, prima ancora che l’amore diventi una storia tra due persone, è una forza che mette in movimento il mondo. Ed è un’idea straordinariamente potente. Perché significa che l’amore, o meglio il desiderio, non è ancora qualcosa che proviamo semplicemente nei confronti di un’altra persona. È una forza cosmica. È ciò che spinge gli esseri a unirsi, a generare, a creare.

Ma naturalmente, nel momento in cui gli uomini cominciano a raccontare e rappresentare gli dèi, anche una forza astratta può acquistare un corpo.
E così Eros comincia lentamente a prendere forma.
Ed ecco che arriviamo a una delle prime immagini che ci permettono di vedere questa trasformazione.

Siamo nella Grecia della fine del VI, inizi del V secolo avanti Cristo.
Su uno stàmnos a figure rosse, oggi conservato al British Museum, vediamo tre giovani alati che volano sopra le onde.
Uno dei tre è identificato da un’iscrizione: Himeros, il Desiderio.
Gli altri due non sono nominati, ma appartengono allo stesso universo di divinità alate che personificano le diverse forme del desiderio.

E guardateli. Sono giovani, nudi, con lunghi capelli raccolti sopra la nuca e ricadenti sull’orecchio, e grandi ali. Non sono ancora i piccoli Cupidi paffuti che abbiamo in mente.
Ma qualcosa è cambiato.
Il desiderio ha preso un corpo. E quel corpo può volare. Le ali sono destinate a diventare uno degli attributi più riconoscibili di Eros, ma siamo ancora lontani dall’immagine del piccolo dio armato che conosciamo. L’arco e le frecce devono ancora arrivare.
E anche l’età di Eros è destinata a cambiare.

Perché nei secoli successivi, soprattutto nel mondo ellenistico e poi romano, Eros potrà assumere le sembianze di un adolescente o un bambino. Potrà apparire da solo oppure potrà moltiplicarsi.
E quando si moltiplica, accade qualcosa di ancora più interessante.

Ci spostiamo ora a Roma, nel II secolo dopo Cristo.
Un gruppo di vivacissimi putti corre tutto intorno ad un piccolo sarcofago di marmo, forse destinato alla salma di un bambino. Sembrano impegnati in varie attività ginniche. Sul lato frontale, al centro, un putto viene premiato, mentre intorno a lui altri stanno combattendo alla presenza di arbitri. E sul lato corto sinistro troviamo un dettaglio particolarmente curioso: due putti sono intenti a oliare il corpo del loro piccolo compagno.

Ma chi sono questi piccoli essere alati?
E perchè sono rappresentati proprio su un sarcofago, simbolo di morte?
Sono gli Erotes, il plurale di Eros.
Non stanno necessariamente raccontando un episodio preciso di un mito. Sono piuttosto una moltiplicazione della figura di Eros. L’amore diventa tanti piccoli esseri che possono essere impegnati in ogni tipo di attività: vendemmiare, lottare, suonare strumenti musicali, cavalcare delfini.

E questa moltiplicazione ha un significato quasi poetico. Perché se Eros è il desiderio, gli Eroti sono le sue infinite manifestazioni. La loro presenza in un contesto funerario, quindi, non è necessariamente fuori luogo. Il loro movimento continuo, le gare, le vittorie e le sconfitte possono essere letti come una metafora della condizione umana. E la loro forza rigenerativa può alludere alla continuità della vita dopo la morte. Tutto passa, tutto si trasforma, tutto si rigenera.
Forse il messaggio è che l’amore e il desiderio sopravvivono alla morte, garantendo la continuità della vita.

-MUSICA-

Quando arriviamo al mondo romano, Eros diventa Amor, oppure Cupido. E anche qui il nome è significativo. Cupido deriva dal latino cupere, desiderare ardentemente. Ancora una volta, quindi, siamo nel territorio del desiderio.
Ma nella cultura romana l’immagine di Eros si trasforma sempre più in quella del piccolo dio alato, compagno di Venere. È il bambino dispettoso che scocca le sue frecce e fa innamorare gli esseri umani.

E da qui nasce una delle immagini più popolari e durature della cultura occidentale. L’amore come forza che colpisce. Non scegliamo necessariamente di innamorarci ma siamo colpiti, vittime di un dio spesso capriccioso. La freccia di Cupido entra nel corpo e modifica completamente il nostro comportamento. Nessuno può scampare…
Cupido come incarnazione del desiderio sensuale ma anche del legame che unisce indissolubilmente due esseri, è forse il tema che più di tutti ha affascinato artisti e committenti nel Rinascimento. Amore entra nei dipinti, nei trattati, nelle poesie.

Un’opera che coniuga perfettamente antichità e Rinascimento, pittura e poesia, è la Venere e Cupido di Lorenzo Lotto, oggi al Metropolitan Museum di New York.
Di origine veneziana, Lotto è costretto a cercare la propria fortuna lontano dalla città natale, dominata dalla presenza totalizzante del collega Tiziano Vecellio. Nonostante le prime difficoltà, riesce ad emergere e a trovare una sua clientela fedele, tra Veneto e Marche, capace di apprezzare l’originalità delle sue opere.

Nel dipinto del Metropolitan Museum, Cupido è ritratto accanto alla madre in un prato all’aperto. Un drappo rosso, annodato a un albero, crea però l’illusione di uno spazio chiuso e intimo e spinge le due figure verso il primo piano.
Il dio dell’amore ha momentaneamente accantonato arco e faretra, appoggiate alla spalla sinistra, e sembra colto in un gesto ben poco rispettoso nei confronti della madre. Sta infatti urinando su di lei attraverso una corona di mirto, il fiore sacro a Venere.

Eppure l’atteggiamento da monello del figlio non sembra affatto turbare la dea dell’amore e della bellezza, che rivolge verso l’osservatore uno sguardo dolce e condiscendente. Venere tiene addirittura nella mano destra la stessa ghirlando di mirto che Cupido utilizza come bersaglio, mentre con la sinistra tocca uno dei seni, all’altezza del cuore.

Il significato di questa scena così insolita comincia a chiarirsi quando osserviamo gli oggetti che circondano le due figure.
Le rose, il mirto, l’edera e la conchiglia sospesa sopra il capo della dea sono evidenti attributi di Venere. Ma altri dettagli sembrano riferirsi al contesto matrimoniale come descritto nelle poesie di autori antichi: il drappo rosso, l’incenso, così come i petali di rosa e le coroncine di mirto venivano usati per decorare il talamo.

Ecco allora che il dipinto di Lotto può essere interpretato come una sorta di camera nuziale.
Venere, nelle vesti della sposa, attende l’arrivo del suo sposo. Anche il suo abbigliamento sembra confermarlo: il diadema, l’orecchino di perla, il velo fermato dalla cintura trasparente sotto il seno. A ben vedere, la sensuale dea, presenta una fisionomia così definita da far pensare ad un vero e proprio ritratto di una dama veneziana.

Ma rimane una domanda. Cosa significa il gesto di Cupido?
L’atto di urinare nel ventre della madre è stato interpretato dagli studiosi come un auspicio di fertilità.
A mio avviso,  potrebbe anche essere letto come un rituale di protezione della Venere/sposa dalle insidie rappresentate dal serpente e dal bastone che vediamo in primo piano: simboli delle delle angustie e delle insidie capaci di minacciare l’armonia coniugale.

-MUSICA-

Se Lorenzo Lotto ha associato Cupido al desiderio che conduce all’unione, ossia all’amore coniugale, di tutt’altro tono è l’Amore vincitore di Caravaggio. Si tratta di un’opera che ha fatto parlare di sè fin dalla sua prima creazione, probabilmente intorno al 1601.
È difficile immaginare un’immagine più distante da quella di Lotto. Non tanto per le dimensioni o per l’orientamento, quanto per il tono generale dell’opera e per il suo contenuto.

Lorenzo Lotto era un abile ritrattista e la sua Venere stabilisce con naturalezza un rapporto con l’osservatore. Ma non riesce a competere, quanto a immediatezza, con il Cupido di Caravaggio, che sembra quasi uscire dalla superficie scura della tela.
Il suo sorriso ammiccante, la posa provocante e quel dettaglio delle piume dell’ala sinistra che gli accarezzano la coscia lo fanno sembrare incredibilmente vivo.

E proprio questo effetto aveva colpito anche il committente, Vincenzo Giustiniani, che — su suggerimento dell’artista Joachim von Sandrart — aveva deciso di coprire il dipinto con un telo verde, così da rendere ancora più spettacolare il momento del suo svelamento all’osservatore.
Giustiniani, uno dei più importanti collezionisti di Caravaggio, era letteralmente affascinato dalla capacità dell’artista di rendere il reale.

E a buon ragione.
Il Cupido di Caravaggio non è il piccolo putto paffuto che conosciamo dai rilievi antichi e dalla tradizione rinascimentale. È un giovane adolescente. Le sue ali sono scure. È solo nello spazio. E non ha bisogno della madre accanto a lui per ricordarci chi è.
È Amore che domina.

E tutto ciò che si trova ai suoi piedi sembra essere stato sconfitto dalla sua forza: gli strumenti musicali, la corona d’alloro, la penna e il libro, l’armatura, lo scettro e la corona, distesi sopra un manto porpora.
Non importa quanto siano grandi le nostre ambizioni. Non importa quanto siano forti la nostra virtù, il nostro impegno o la nostra intelligenza.
Amore può farci perdere la testa e cambiare completamente direzione.

Guardando questo Cupido possiamo quasi tornare al punto da cui eravamo partiti. Ricordate l’Eros di Esiodo? Quella forza primordiale che mette in movimento il cosmo?
Forse, dopo tutti questi secoli, qualcosa di quell’idea è ancora qui. Perché l’amore di Caravaggio non è innocente. Non è docile. Non è decorativo. È una forza che domina. Che sconfigge. Che ci prende alla sprovvista.

È per questo che continuiamo a rappresentarlo. Abbiamo bisogno di dargli un corpo perché è difficile dare un volto a qualcosa che, in fondo, non possiamo controllare.
Abbiamo trasformato Eros in un dio. Poi in un giovane alato. Poi in un bambino. Lo abbiamo moltiplicato in centinaia di amorini. Lo abbiamo fatto entrare nei matrimoni, nei miti, nei giardini, nelle camere da letto. Gli abbiamo dato arco e frecce. Gli abbiamo dato un sorriso. Gli abbiamo dato un corpo.
Ma in realtà, dopo più di duemila anni, Eros continua a essere quello che era all’inizio.
Una forza che ci mette in movimento.
Per questa ragione nessuno di noi, alla fine, riesce davvero a sfuggirgli.

READ THE ARTICLE IN ENGLISH

Opere: Il pittore delle sirene, Stamnos a figure rosse, 480-470 a.C., British Museum, Londra; Sarcofago con Eroti atleti, 140-150 d.C. Uffizi, Firenze; Lorenzo Lotto, Venere e Cupido, 1530 ca., olio su tela, The Metropolitan Museum of Art, New York; Caravaggio, Amore Vincitore, 1601 circa, olio su tela, Gemäldegalerie, Berlino.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Picture of Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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