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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

BACCO: IL DIO CHE SFUGGE A OGNI DEFINIZIONE

15 giugno 2026

 USCITA N.20

Oggi voglio parlarvi di una delle figure più affascinanti, misteriose e contraddittorie della mitologia antica: Bacco. O forse dovrei chiamarlo Dioniso, il suo nome greco. Perché Bacco non è semplicemente il dio del vino. Se fosse soltanto questo, probabilmente non avrebbe esercitato un fascino così potente sugli artisti per oltre duemila anni.

Bacco è il dio dell’ebbrezza, certo. Ma è anche il dio della trasformazione, dell’istinto, della libertà, del teatro, della maschera. Di tutto ciò che rompe gli schemi e sfugge alle categorie. È una divinità che gli antichi stessi faticavano a definire. Maschio ma dai tratti femminei. Dio e insieme mortale. Civilizzatore e portatore di follia. Creatura capace di donare gioia e, nello stesso tempo, distruzione.

Forse proprio per questo gli artisti lo hanno amato. Perché attraverso Bacco potevano parlare di qualcosa che riguarda tutti noi: quella parte della nostra personalità che non vuole essere rinchiusa dentro regole troppo rigide. Quella parte che la società cerca continuamente di controllare.

E per raccontare questa storia oggi ci concentreremo su tre immagini: un mosaico greco, una scultura di Michelangelo, e, infine, uno dei dipinti più enigmatici di tutta la storia dell’arte, ossia il Bacco di Caravaggio conservato agli Uffizi. Un’opera che continua a far discutere gli studiosi da oltre quattro secoli. Perché nessuno è ancora riuscito a spiegare completamente cosa stiamo guardando.

Partiamo dall’inizio. Da un mosaico realizzato con piccoli ciottoli di mare nel IV secolo avanti Cristo nell’antica città di Pella, capitale della Macedonia di Alessandro Magno.

L’immagine mostra un giovane nudo che cavalca un animale esotico. Ha in mano un lungo bastone sormontato da una pigna, un antico simbolo di fertilità. È il tirso, il suo attributo tradizionale. Quel giovane infatti è Bacco.

Già questa immagine ci racconta qualcosa di importante. A differenza di Apollo, dio della misura e dell’ordine, Bacco è un dio errante. La sua vita è una lunga avventura. Nasce da una tragedia. Sua madre Semele viene incenerita quando Zeus le appare nella sua forma divina e il padre degli dei riesce a salvare il feto cucendolo nella sua gamba. Una volta venuto alla luce, il piccolo Bacco viene cresciuto lontano dall’Olimpo per non incorrere nella collera di Era, moglie di Zeus. Ma Era riesce comunque a perseguitarlo. Prima fa impazzire gli zii materni che lo avevano inizialmente accudito, poi fa uscire di senno Bacco stesso che per anni vaga per il mondo. Attraversa l’Egitto, la Siria, l’Asia, l’India. È un dio straniero. Un dio che arriva da altrove. E forse è per questo motivo che viene spesso accompagnato da pantere, leopardi e altri animali esotici.

Ma c’è un altro aspetto ancora più interessante. Bacco è il dio della metamorfosi. Non esiste una sua immagine definitiva. Può essere un bambino. Può essere un giovane. Può apparire forte oppure delicato. Può essere maschile o femmineo. È una divinità fluida, in continuo cambiamento. E questa fluidità sarà uno degli elementi più importanti della sua fortuna artistica. Perché ogni artista finirà per reinventarlo a propria immagine.

-MUSICA-

Facciamo ora un salto di quasi duemila anni. Siamo nel 1497. Un Michelangelo poco più che ventenne riceve una commissione straordinaria. Il cardinale Raffaele Riario gli commissiona una statua di Bacco ma poi, per qualche motivo ancora ignoto, la cede al suo banchiere Jacopo Galli, che la esibisce nel suo giardino accanto a statue antiche.

È una delle opere più sorprendenti dell’intera carriera dell’artista. Una delle pochissime statue a soggetto profano che abbia mai realizzato. Ma l’eccezionalità della scultura sta nella tipologia di Bacco che Michelangelo immagina.

Se andate al Bargello, dove oggi l’opera è conservata, la figura che avete davanti ai vostri occhi non è quella di un dio trionfante. Non c’è un eroe in posa ma un un giovane ubriaco. Bacco barcolla, perde quasi l’equilibrio, ha gli occhi socchiusi, lo sguardo assente, sembra sul punto di cadere.

È un’immagine rivoluzionaria. Gli dei antichi erano normalmente rappresentati come esseri perfetti. Michelangelo invece scolpisce l’instabilità, la fragilità, l’ebbrezza.

Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente. Osservate il corpo, le spalle, il petto, i fianchi. Non è davvero un corpo maschile e non è neppure un corpo femminile: ma entrambe le cose.

Giorgio Vasari scriverà che Michelangelo “ha voluto tenere una certa mistione di membra meravigliose, e particularmente avergli dato la sveltezza della gioventù del maschio e la carnosità e tondezza della femmina.” L’agilità del corpo maschile e la sinuosità di quello femminile si mescolano quindi nel corpo del Bacco.

Una definizione straordinaria, perché coglie perfettamente il cuore del personaggio. Bacco è una divinità che mette in crisi le categorie e Michelangelo trasforma questa ambiguità in marmo. Non rappresenta semplicemente il dio del vino ma una figura che esiste in uno spazio intermedio, tra controllo e perdita di controllo, tra maschile e femminile, tra equilibrio e caduta.

Una figura che non può essere facilmente classificata. E se Michelangelo aveva intuito questa complessità, Caravaggio la porterà alle sue estreme conseguenze.

-MUSICA-

Ora immaginate di entrare agli Uffizi. Vi soffermate davanti a una tela relativamente piccola. Curiosamente si tratta forse dell’unica opera di Caravaggio che non fu mai copiata. Donato dal protettore e committente di Caravaggio, cardinal Francesco Maria del Monte, al Granduca di Toscana, Cosimo II de’ Medici, il dipinto venne probabilmente celato negli appartamenti privati della corte medicea per volontà della vedova di Cosimo II, l’arciduchessa Maria Maddalena d’Austria. La pia donna avrebbe trovato il soggetto imbarazzante…Cerchiamo di capire il perchè.

Un giovane siede davanti a voi. Indossa un drappo bianco, ha una corona di foglie e tiene in mano un calice di vino. Il suo sguardo incontra il vostro, sembra invitarvi a bere con lui.

La prima impressione è quella di una straordinaria naturalezza. Non sembra un dipinto, quasi una fotografia. Peccato che all’epoca la fotografia ancora non esisteva! Eppure Caravaggio riesce a ottenere qualcosa di molto simile, ossia l’impressione di un attimo colto dal vivo, di un momento reale.

Osservate il movimento del vino. La caraffa è stata appena appoggiata sul tavolo. Il liquido vibra ancora come se l’azione fosse avvenuta un secondo prima. Il giovane che stiamo guardando non è una figura idealizzata, non ha il volto perfetto di una divinità ma è una persona vera, in carne ed ossa. Le mani e il volto sono arrossate, le unghie sporche, lo sguardo languido e un pò triste.

E qui nasce il primo mistero. Chi stiamo guardando? Un dio oppure un modello travestito da dio? Un attore che interpreta una parte? Forse un giovane della cerchia del cardinale Del Monte o un amico di Caravaggio?

L’artista non ci dà alcuna risposta. E forse è proprio questo il punto. L’opera vive di ambiguità. È contemporaneamente un ritratto, una scena di genere, una natura morta, un’allegoria, un’immagine mitologica. Tutte queste cose insieme. E nessuna di esse da sola.

Adesso osserviamo meglio il gesto del giovane. Ci porge il bicchiere. Sembra un invito cordiale, quasi seducente. Ma è davvero così? Perché se abbassiamo lo sguardo vediamo la frutta e la nostra percezione cambia radicalmente.

Tra noi e il giovane Bacco Caravaggio ha adagiato un invitante cesto di frutta, una splendida natura morta: mele, pere, fichi, grappoli d’uva, una pesca e persino un melograno accanto ad una castagna. Siamo tentati di toccare e assaporare questa frutta, almeno finchè non la guardiamo bene da vicino. È allora che ci rendiamo conto che la mela è bacata, la pesca in primo piano quasi completamente marcia e la mela cotogne ammaccata. Anche alcune delle foglie messe a decoro del cesto sono secche. Quelle in basso a destra sono addirittura nere come il fiocco che il giovane tiene nella mano destra.

All’improvviso il dipinto cambia significato. Non è più soltanto una celebrazione del piacere. Diventa una riflessione sul tempo, sulla fragilità della bellezza, sulla giovinezza destinata a sfiorire, sul piacere destinato a finire. È come se Caravaggio ci dicesse: sì, bevi, goditi il vino, la giovinezza, la vita. Ma non dimenticare che tutto questo passa. Molto più in fretta di quanto immagini.

L’invito di Bacco diventa così una meditazione sul carattere effimero dell’esistenza, un monito, molto simile a quelli che si possono ancora oggi leggere sulle antiche stele funerarie romane. La presenza del fiocco nero, così insolito in questo contesto, si spiegherebbe come un’allusione alla morte e al lutto.

Ma c’è un ultimo elemento che rende quest’opera così moderna. La sensualità della figura. Questo Bacco è straordinariamente ambiguo. Ha le labbra morbide, una pelle luminosa, tratti delicati. Non incarna un ideale tradizionale di virilità, eppure non è nemmeno femminile. È qualcosa che sfugge alle definizioni. Negli anni gli studiosi hanno esaminato a fondo il significato di questa scelta, spesso associandolo ad una componente fortemente omoerotica. È innegabile che il giovane si pone nei confronti dell’osservatore con un atteggiamento languido e seducente. Tuttavia ridurre il significato dell’intero dipinto ad una dimensione erotica sarebbe limitante. Secondo me la risposta va cercata nel mito stesso.

Bacco è sempre stato un dio vicino alle donne. È cresciuto tra donne, prima con la zia materna poi con le ninfe di Nisa. Le sue seguaci più celebri erano le Menadi, simbolo del furore sacro indotto dal culto bacchico. Le immagini antiche del dio mostrano spesso una bellezza delicata e quasi androgina.

Caravaggio non inventa questa ambiguità. La porta semplicemente alle sue estreme conseguenze. E così facendo realizza qualcosa di sorprendentemente contemporaneo. Un personaggio che non accetta di essere rinchiuso dentro categorie rigide. Un dio che rappresenta la complessità dell’identità umana, la sua mutevolezza, la sua libertà.

Ed è forse qui che si trova il segreto del capolavoro. Non nella perfezione tecnica. Non nella straordinaria natura morta. Non nell’incredibile realismo. Ma nel fatto che continua a sfuggirci. Ogni volta che crediamo di aver capito il significato del dipinto, questo cambia volto. È un’allegoria morale ma è anche un invito al piacere. È un ritratto ma è anche un dio. È una scena quotidiana ma è anche una riflessione filosofica. È un’immagine del desiderio ma anche della morte. Come il suo protagonista, che non è mai una sola cosa.

Bacco è il dio della trasformazione, dell’ebbrezza, della libertà, della parte più aperta e imprevedibile di noi stessi. Quella che non vuole essere ridotta a un’etichetta. Quella che continua a cambiare.

E forse è proprio per questo che, dopo più di quattrocento anni, il giovane degli Uffizi continua a guardarci con quel sorrisetto enigmatico. E continua a porci la stessa domanda.

Sei davvero sicuro di sapere chi sono?

O, più semplicemente…sei davvero sicuro di sapere chi sei tu?

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Opere: Bacco a cavallo di un ghepardo, IV secolo a.C., mosaico, Museo Archeologico, Pella; Michelangelo, Bacco, 1497, marmo, Museo Nazionale del Bargello, Firenze; Caravaggio, Bacco, 1598 ca., olio su tela, Uffizi, Firenze.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Picture of Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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