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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

ARIANNA, L’EROINA DAI DUE VOLTI

10 giugno 2024

 USCITA N.2

Amo i proverbi. Questi detti popolari che, basati sull’esperienza, ci sono stati tramandati per aiutarci a navigare nei meandri della vita. Spesso i proverbi, come i miti, sono comuni a popoli diversi e ci fanno capire come l’esperienza umana ci avvicini tutti, scavalcando le differenze culturali, sociali, temporali.

Quando penso alla figura di Arianna, il proverbio che mi viene immediatamente in mente è “non tutto il male viene per nuocere.” La storia di questa giovane donna, infatti, è una parabola che va dalla tragedia al trionfo, in un modo quasi del tutto inaspettato.

Nello scorso episodio, dedicato ad Icaro, avevamo affrontato il tema delle colpe dei genitori che ricadono sui figli. Sulle spalle di questa fanciulla pesavano almeno tre grossi macigni, legati alle azioni del padre, della madre e del fratello. Arianna, infatti, aveva un padre irrispettoso degli dèi, una madre vittima di una follia indecente e un fratello mostruoso. È importante riassumere la vicenda che unisce questi tre personaggi per comprendere appieno il contesto in cui si svolge la storia di Arianna.

Figlio di Zeus ed Europa, Minosse, re di Creta (e padre di Arianna) voleva assicurarsi il favore di Poseidone, dio del mare, riguardo al suo titolo di sovrano dell’isola. Chiese dunque al dio di donargli un toro che poi lui avrebbe sacrificato a Poseidone ma l’animale era così bello che Minosse decise di tenerlo per sé. Poseidone, infuriatosi per l’affronto ricevuto, punisce allora il re facendo innamorare sua moglie Pasifae di quella stessa bestia. La regina folle di passione per il toro riesce ad unirsi a lui carnalmente concependo un figlio mostruoso, metà toro e metà uomo, che divenne noto come il Minotauro (che letteralmente significa il toro di Minosse).

Più la creatura cresceva e più essa rivelava una natura bestiale, divorando esseri umani e gettando nel terrore la gente a palazzo. Minosse si vede quindi costretto a rinchiuderlo in un labirinto sotterraneo che viene progettato ed edificato dall’inventore di corte, Dedalo. Ma la storia non finisce qui. Alla fine Minosse scopre che il mostruoso figliastro può essere usato come uno strumento eccezionale di vendetta e supremazia. Quando il figlio Androgeo, un atleta eccezionale, dopo aver vinto ai giochi atletici ad Atene viene ucciso per invidia, Minosse si vendica col sovrano ateniese chiedendo un tributo di sette fanciulli e sette fanciulle da mandarsi ogni nove anni come pasto sacrificale al Minotauro.

Come vedete colpe, vendetta e violenza si intrecciano in questa saga familiare.

All’interno di questo contesto, non è difficile immaginare lo stato mentale di Arianna. Certamente non doveva essere orgogliosa della sua famiglia e viveva una vita appartata, sospesa. C’è chi, tra le fonti antiche, la vuole addirittura guardiana del labirinto del fratello: una specie di regno dei morti. Arianna in questa vicenda è letteralmente abbandonata a sé stessa. Il padre è troppo preoccupato a perseguire la sua sete di vendetta, la madre – che nel mito viene appena nominata – vive nell’ombra, certamente tormentata dai sensi di colpa. È così che Pasifae viene descritta da Jennifer Saint che, nel suo celebre libro dedicato ad Arianna, da voce ai silenzi lasciati dai vari personaggi di questa storia, inclusa la sorella Fedra.

Per questo l’arrivo del giovane eroe ateniese, Teseo, viene visto da Arianna come la possibilità di un riscatto personale. Teseo era il figlio di Egeo, re di Atene, un giovane ambizioso ed avido di gloria. Quando venne il tempo per un nuovo tributo umano da versare a Minosse, il giovane si era volontariamente offerto come vittima sacrificale, sperando in cuor suo di sconfiggere il Minotauro una volta per tutte. Non appena Arianna incontra Teseo, e le fonti non ci danno alcun dettaglio sull’incontro, se ne innamora all’istante. Teseo è bello, forte, coraggioso; Arianna è sola, senza speranza, in trappola; è normale che veda nel giovane ateniese una promessa di libertà e di una vita migliore: Carpe diem! Arianna decide immediatamente di aiutare l’affascinante straniero. Forse istruita dal creatore del labirinto in cui era rinchiuso il fratello, Dedalo, o forse per sua stessa iniziativa, Arianna consegna a Teseo un gomitolo, che gli permetterà di ritrovare la via di uscita, e un’arma per uccidere il Minotauro.

Nella sua tragedia intitolata proprio ad Arianna, la scrittrice russa Marina Cvetaeva ci lascia un’immagine splendida di Arianna e questo gomitolo, che può fare un po’ luce sulla psicologia della giovane. Nel secondo quadro, la scena si apre con un’immagine di Arianna che gioca nella sala del trono. Gioca con un gomitolo, descritto come liscio e dorato, che le è stato dato in dono dalla dea Afrodite. Mentre lo fa balzare in aria, Arianna ripensa, a voce alta, alle istruzioni che le ha dato la dea. Quel gomitolo è un dono di fidanzamento che ella dovrà dare al suo amato. Si tratta di un oggetto speciale, come spiega la dea:

“L’uomo a cui insieme alla libertà, Insieme al destino lo darai, Quello pur in catene resterà libero, Pur negli intrighi resterà mondo. Tutti i varchi per lui – accessi! Pur nella passione resterà lucido! …”

Ma Afrodite avverte la fanciulla di non sprecare questo dono con chiunque. L’oggetto è destinato all’uno, al prescelto da Arianna, colui col quale vorrà trascorrere il resto della sua vita. È evidente quindi che nell’offrire a Teseo il suo aiuto, Arianna si era simbolicamente consegnata a lui, e anche le fonti tradizionali parlano di una promessa di matrimonio stipulata tra i due. La mia domanda è: Arianna, avrà fatto la scelta giusta? Vediamo come finisce la vicenda…

Teseo, grazie ad Arianna, esce trionfante dal labirinto. Il mostro è morto, le vittime sono libere. Il giovane eroe scappa immediatamente da Creta e porta con sé, come aveva promesso, Arianna. A questo punto, Arianna è costretta a scappare perché è, a tutti gli effetti, una traditrice. Mi chiedo cosa avesse provato mentre salpava su quella nave, senso di colpa o sollievo? Paura oppure eccitazione? Probabilmente provava tutte queste emozioni insieme, in quella mente fragile di fanciulla inesperta.

Questa parte della storia è forse la più rappresentata nella pittura antica e nei sarcofagi. Nel tragitto verso Atene, la barca di Teseo fa sosta a Nasso, una delle isole Cicladi, ed è qui il luogo dove si consuma la passione tra i due giovani. Nelle immagini antiche Arianna viene spesso rappresentata distesa e addormentata in un dolce sonno provocato dall’idillio amoroso, mentre Teseo è in piedi, pronto per salpare. In altre versioni, Arianna giace sveglia, sola e piangente, mentre Teseo è già sulla nave, lontana all’orizzonte. Teseo, infatti, dopo essersi congiunto con Arianna la abbandona nell’isola di Nasso ed è da questo mito che nasce probabilmente l’espressione italiana “piantato in asso” a significare qualcuno che viene abbandonato bruscamente dal proprio compagno.

Di tutte le interpretazioni antiche, una delle più interessanti a mio avviso, è rappresentata da una scultura nei Musei Vaticani. Si tratta di una copia romana di un originale greco databile intorno al secondo secolo prima di Cristo. È una versione affascinante per la complessità della sua concezione. Il marmo ritrae una giovane donna assopita su un letto ricavato dalla roccia. Con una mano puntella il capo con l’altra lo cinge. Non conosciamo le esatte circostanze del ritrovamento di questa scultura, ma sappiamo che nel 1512 era passata dalla casa Maffei alle collezioni vaticane di Papa Giulio II, un avido collezionista di antichità. Curiosamente, fino al diciottesimo secolo, la scultura era stata letta come un’immagine di Cleopatra sul letto di morte, soprattutto per la presenza dell’armilla a forma di serpente che cinge il braccio sinistro della figura. Un altro motivo che probabilmente aveva favorito questa identificazione era la posa agitata della donna, che sembra quasi contorcersi di fronte ai nostri occhi. Possiamo essere certi che il sonno di Arianna non è quello placido e sereno che porta al riposo, è un sonno irrequieto e spezzato come quello che si accompagna agli incubi. Ma che incubo sta avendo la nostra Arianna?

Non è improbabile che nella mente di Arianna, si affollino immagini degli avvenimenti immediatamente precedenti, come l’uccisione del fratello e la fuga repentina dalla sua patria. Ma forse quello che la agita nel profondo è il timore o, addirittura, la premonizione di quello che le sta accadendo: l’abbandono da parte di Teseo. Nella sua tragedia, Marina Cvetaeva, fa esprimere a voce questi dubbi da Arianna che intima Teseo a non fare promesse che non potrà mantenere e come un oracolo già prevede cosa accadrà:

“Oh, non giurare, giovane! … L’ospite lungi deve navigare! Di chi non è umano il volere onorare, gli dèi servire. La vergine dimenticare.”

Su quello che realmente accadde a Nasso le fonti divergono. Per alcuni autori antichi l’abbandono di Arianna da parte di Teseo è stato involontario. Il giovane era stato costretto a lasciare l’amata contro la sua volontà per intervento di Dioniso a volte accompagnato da Atena. Un’altra tradizione, che sembra sia iniziata con il poeta latino Catullo nel primo secolo avanti Cristo, dipinge Teseo come un traditore e Arianna diventa l’archetipo della donna abbandonata. Vale la pena citare qui alcuni versi della poesia di Catullo che danno l’idea della disperazione provata dalla giovane:

“Ah! così tu, traditore, toltami al focolare domestico, o traditore Teseo, mi abbandonasti su una spiaggia deserta? È così che tu fuggi, sprezzando la potenza dei numi, e dimentico, ahimè, porti a casa i tuoi esecrati spergiuri? Nulla ha potuto piegare il proposito della tua mente crudele? Non avevi clemenza che inducesse il cuore snaturato ad impietosirsi di me? Non questo promettevi un giorno con parole suadenti a me sventurata, non queste speranze infondevi; ma un lieto matrimonio, ma un bramato imeneo. Tutte promesse vane, che i venti ora disperdono all’aria…”

Il lamento di Arianna alquanto lacerante continua, fino a concludersi con una richiesta di vendetta da parte degli dèi. Ma di questo parleremo nel prossimo episodio…

Cosa succede quindi ad Arianna dopo l’abbandono di Teseo?

Secondo racconti molto antichi Arianna sarebbe morta su quell’isola, ed effettivamente anche l’immagine del sonno viene percepita come una sorta di anticamera della morte. Tuttavia, nella versione più comune del mito, la principessa cretese viene ritrovata e riscattata da ogni sventura dall’attraente Dioniso, dio del vino, che compare sull’isola come salvatore e sposo. Arianna non solo rinasce letteralmente grazie all’amore del dio, ma subisce una metamorfosi e da mortale si trasforma in una dea. È Ovidio, questa volta nei Fasti, a darci una splendida immagine di questa unione che mette insieme le tradizioni della salita di Arianna sull’Olimpo e la trasformazione del suo diadema, regalo di nozze di Dioniso, nella costellazione della Corona Boreale:

“L’abbraccia e con i baci le terge le lacrime e “Andiamo, le dice, tutt’e due insieme su nel cielo! Tu che mi sei congiunta di letto unirai il tuo nome al mio e, trasformata, Libera sarai detta. Farò che della tua corona resti con te la memoria: Venere da Vulcano l’ottenne e tu da lei”. Detto fatto, le nove gemme si mutano in astri: ora quella corona d’oro splende per nove stelle.” (Ovidio, I Fasti, III, 509-516)

Il tema dell’amore tra Dioniso e Arianna e la loro unione matrimoniale diventano il soggetto favorito della pittura tra cinquecento e seicento. Tra le varie versioni esistenti, nessuna coglie il momento dell’incontro con più immediatezza e trasporto del dipinto realizzato da Tiziano intorno agli anni venti del cinquecento per il camerino di Alfonso d’Este, duca di Ferrara, e oggi visibile alla National Gallery di Londra. L’artista veneziano immortala magistralmente il momento del primo scambio di sguardi tra il dio e la principessa cretese e l’amore repentinamente sbocciato tra i due come in un vero e proprio colpo di fulmine. Dioniso è rappresentato mentre sta saltando giù dal suo carro dorato, evidentemente rapito dalla bellezza di Arianna, mentre la fanciulla, che fino a poco prima stava seguendo con disperazione l’imbarcazione di Teseo ancora visibile all’orizzonte, rimane come incantata dall’arrivo del dio. La sua bocca è socchiusa, il lamento trasformato in un’espressione di sorpresa. L’abile pennello di Tiziano lascia già intuire l’esito di questo incontro in una serie di simboli ben leggibili. A cominciare dal cane, noto emblema di fedeltà, posizionato tra i due; la coppia di leopardi che si scambiano sguardi amorosi; per finire col cielo azzurro che si staglia dietro alle figure di Dioniso ed Arianna, in riferimento alla dimensione celeste dove brilla, proprio in corrispondenza al capo di Arianna, la Corona Boreale. In questa immagine gioiosa, intrisa di palpabile passione, è quasi possibile dimenticare la vicenda di Arianna pre-Dioniso. Il dolore è stato spazzato via, le tenebre sono dissipate, la luce splende.

Nonostante il lieto fine, non possiamo negare che quella di Arianna sia una figura complessa, a tratti contradittoria. Anche se il suo nome in greco significa la pura o molto sacra, la sua è una personalità dai due volti contrastanti. Ma chi è la vera Arianna? L’eroina che salva la reputazione del suo regno oppure la traditrice poi a sua volta tradita? È l’amante abbandonata oppure riscattata? È la signora del labirinto e degli inferi o una divinità celeste?

Un dipinto di Giorgio de Chirico, intitolato “La ricompensa dell’indovino,” oggi al Philadelphia Museum of Art, può forse aiutarci a comprendere più a fondo la complessità di Arianna e del suo mito. Pittore italiano surrealista, de Chirico aveva dedicato molte immagini alla vicenda di Arianna: aveva infatti realizzato almeno otto variazioni sul tema tra il 1912-13. L’artista doveva sentirsi vicino a questa figura mitologica sia per la sua educazione classica, ricevuta in Grecia dove nacque, che per i temi dell’esilio e dell’abbandono a lui particolarmente cari durante il soggiorno a Parigi.

L’immagine di de Chirico ha un sapore onirico. Comprende una serie di elementi accidentalmente accostati senza alcuno senso particolare ma accuratamente descritti. Arianna è rappresentata come una statua con le sembianze molto simili a quella conservata in Vaticano ma non sta in uno spazio museale come dovrebbe. La sua figura è posizionata al centro di una piazza vuota, delimitata da un paio di semplici architetture e da un basso muro oltre il quale si intravede un treno a vapore e una palma. La scultura viene percepita come fuori contesto, in un luogo alquanto bizzarro che ricorda una stazione ferroviaria. Pur essendo una statua, Arianna sembra muoversi e prendere vita. E allora cosa succederà? Dove si sveglierà Arianna? È completamente sola, in un paese e un tempo lontani dai propri. È questa forse la conseguenza del dono dell’immortalità conferitole da Dioniso? Una solitudine eterna?

Questa immagine del mito totalmente fuori contesto può essere letta come un riflesso del disagio della nostra società moderna, spesso afflitta da un senso di non appartenenza e distacco. Chi di noi a volte non si è sentito come Arianna? Intrappolati in una realtà che sembra non appartenerci, incapaci di agire, bloccati in un’immagine fissa come se fossimo di marmo? Forse quello che la storia di Arianna alla fine ci insegna è che non sempre abbiamo il controllo della situazione o le cose vanno come vorremmo. In questi casi, la cosa migliore da fare è affidarsi al destino o lasciarsi guidare dal fato e pensare che alla fine “non tutto il male viene per nuocere.”

Opere: Arianna dormiente, II AD, copia di un originale di origine ellenistica (II BC), Musei Vaticani, Roma; Bacco e Arianna, Tiziano, 1520-23, National Gallery, Londra; La ricompensa dell’indovino, De Chirico, 1913, Philadelphia Museum of Art

Musiche: Claudio Monteverdi, Il lamento di Arianna, 1608; Lorenzo il Magnifico, Trionfo di Bacco, 1490 circa; Paola Turci, Il filo di Arianna, 1991.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Picture of Eveline Baseggio

Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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