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Ascolta l'arte e mettila da parte

di Eveline Baseggio

ANDY COME LEONARDO

19 marzo 2025

 USCITA N.9

Un dipinto come quello di Leonardo lascia sicuramente il segno. Innumerevoli sono state le copie e le opere che si sono ispirate al capolavoro leonardesco, ma, tra tutte, una delle versioni più interessanti rimane, a mio avviso, quella di Andy Warhol. L’artista pop ha dedicato al Cenacolo più di un centinaio di tele, alcune su scala monumentale, tutte create tra il 1984 e il 1986. Si tratta di opere xilografiche o dipinte, ottenute tracciando i contorni dell’immagine proiettata sulla tela e sovrapponendovi frammenti pubblicitari. Più che riproduzioni, sono rievocazioni dell’opera di Leonardo, poiché Warhol non lavorò direttamente sull’affresco originale, ma su una stampa di bassa qualità tratta da un testo ottocentesco, la Cyclopedia of Painters and Painting.

Ma qual è il significato di questa impresa warholiana? Cosa lega il controverso artista pop al genio di Leonardo? Rimarrete sorpresi nel scoprire quanto abbiano in comune. Prima di tutto, però, partiamo dal contesto in cui nacque l’opera di Warhol.

Andy Warhol ricevette la commissione per una serie dedicata all’Ultima Cena dal gallerista Alexandre Iolas, eccentrico collezionista di origine egiziana e già ballerino classico. Iolas fu tra i primi a riconoscere il talento di Warhol, offrendogli nel 1952 la sua prima mostra personale alla Hugo Gallery di New York. Ora era di nuovo lui a commissionargli il suo ultimo grande lavoro. Ultimo per entrambi: Iolas sarebbe morto di AIDS nel gennaio 1987, cinque mesi dopo l’inaugurazione della mostra di Warhol a Milano, e lo stesso artista sarebbe scomparso un mese dopo il suo rientro a New York, a seguito di complicazioni post-operatorie alla cistifellea.

Come ha sottolineato Jessica Beck, direttore della Gagosian Gallery in Beverly Hills, l’artista lavorò ossessivamente a questo progetto, quasi profeticamente anticipando, nell’imminente morte di Cristo, la propria fine. Delle numerose opere realizzate negli ultimi due anni, solo 22 vennero esposte nel refettorio del Palazzo delle Stelline, proprio di fronte a Santa Maria delle Grazie, dove si trova il Cenacolo leonardesco. Significativamente, la mostra di Warhol attrasse 30.000 visitatori, superando di gran lunga quelli dell’affresco originale.

Considerata la quantità di versioni dell’Ultima Cena di Warhol, è difficile trovarne un filo conduttore. A suggerircelo, secondo me, è una celebre fotografia scattata nel giorno dell’inaugurazione a Milano: Warhol è in piedi accanto a una delle sue tele, lo sguardo serio e rivolto verso l’osservatore, con la figura di Cristo al suo fianco. La mano sinistra di Gesù, protesa in avanti, sembra quasi toccarlo.

Da acuto osservatore quale era, penso che Andy avesse colto immediatamente il ruolo chiave di Gesù nel dipinto di Leonardo: il suo isolamento fisico ed emotivo, ciò che lo rende profondamente umano. Per questo, non importa la tecnica o il formato scelto, in quasi tutte le opere create intorno al capolavoro vinciano, la centralità, non tanto compositiva quanto simbolica, di Gesù è un punto di riferimento costante: sia la sua figura evidenziata da forme particolari o colori accesi, ritagliata dal contesto, oppure ripetuta più volte all’interno dello stesso spazio pittorico. È come se Andy fosse rimasto ipnotizzato dalla figura del Salvatore.

Questa sensibilità quasi spirituale non sorprende alla luce delle recenti ricerche sulla sua arte. Che fosse cresciuto in un contesto religioso era noto: figlio di immigrati slovacchi, fin da bambino praticò il cattolicesimo bizantino con assiduità. Andava a messa ogni settimana con la madre Julia e portava sempre con sé un libro di preghiere. Anche negli anni più mondani della sua carriera, la fede rimase un elemento saldo della sua vita, benché mantenuto lontano dai riflettori. Quando John Richardson, durante l’elogio funebre dell’artista, rivelò questo aspetto, molti rimasero increduli.

Partendo da questa rivelazione, nel 2021 il Brooklyn Museum, ha dato vita ad una mostra straordinaria che ha gettato luce sul legame profondo tra Andy e il Cattolicesimo, in tutta la sua complessità e contraddizioni, dimostrando come questo abbia influenzato in modo decisivo la sua arte. Non solo nelle sue opere, beni consumistici e celebrità sono trasformati in vere e proprie icone, come quelle che Andy vedeva nella chiesa che frequentava da bambino, ma, secondo me, l’approccio di Warhol all’arte riflette perfettamente l’atteggiamento propagandistico perseguito dalla Chiesa nei secoli. Fin dagli arbori, il Cristianesimo ha fatto dell’arte e delle immagini uno strumento potente nella campagna di disseminazione della fede, trasformando Cristo e i santi in vere e proprie celebrità d’altri tempi. Ecco che, quindi, anche la serialità delle opere di Warhol, un elemento che spesso viene associato alla commercializzazione dell’arte, va vista dal mio punto di vista come un omaggio all’arte cristiana: basti pensare alle innumerevoli immagini della Vergine disseminate in ogni città italiana!

Tornando alle tele dedicate all’Ultima Cena di Leonardo, vorrei concentrarmi per un attimo su due versioni: quella al MoMa Museum e quella all’Andy Warhol Museum in Pittsburgh. In entrambi i casi, Warhol combina la riproduzione a stampa del Cenacolo con ritagli di giornale ingigantiti. Ad un primo livello di lettura, questo potrebbe sembrare un atto blasfemo, una mescolanza di sacro e profano intollerabile per uno sguardo cristiano. In realtà Andy usa il linguaggio commerciale, che purtroppo è molto familiare a tutti noi, per commentare l’immagine di Leonardo e per arricchirne il substrato simbolico di nuovi significati legati alla società moderna.

Nel primo caso, tre sono le immagini super-imposte alla scena di Leonardo: un cartellino con il prezzo, il nome e simbolo della saponetta Dove e, infine, il logo della General Electric. Tutte e tre queste immagini, così come il loro colore, hanno una forte simbologia cristiana. Il triangolo rosso col prezzo, rappresenta la forma più amata dalla cultura rinascimentale, simbolo della trinità, della gerarchia celeste, ma anche di Dio, l’unico che a volte sfoggia un’aureola triangolare. Il colore rosso è simbolo della carità, una delle virtù teologali, ma anche della Passione di Cristo che si consumerà subito dopo la cena rappresentata sulla tela. Dove è una nota marca di saponette, il cui simbolo è una colomba in volo. È significativo come Andy posizioni la colomba proprio sopra il capo di Cristo, un’immagine che a qualsiasi cristiano richiama alla mente lo spirito santo. La saponetta è brillantemente associata a Gesù per un altro motivo. Con la saponetta ci si lava, e cosa aveva fatto Cristo poco prima di cominciare la cena con gli amici? Aveva lavato loro i piedi, come simbolo di purificazione ma anche di comunione. E il rosa? È il colore della regalità, infatti Dio indossa una tunica rosa nel soffitto della Cappella Sistina di Michelangelo. Il tondo della General Electric di spiccato colore blu è invece un evidente riferimento alla luce divina e un simbolo della vita eterna (il colore blu). Ecco che, quindi, il dipinto di Warhol si trasforma in un’immagine densa di significato che vuole rivelare la presenza del sacro nei piccoli dettagli e gesti quotidiani, nella vita di tutti i giorni.

Nel caso della seconda tela la lettura è più personale per l’artista. Come ha sottolineato Jessica Beck, nel suo brillante saggio, l’immagine pullula di riferimenti al morbo dell’AIDS. A partire dagli anni 80 l’epidemia si era diffusa negli Stati Uniti e fuori ad una velocità impressionante. La sindrome era stata quasi subito associata alla comunità omosessuale come evidenza il New York Times in un articolo del 1981 con il titolo “Rare Cancer Seen in 41 Homosexuals.” Non ci era voluto molto, prima che l’opinione pubblica trasformasse il corpo omosessuale in un simbolo di decadenza morale e fisica. Anche Andy Warhol, nei suoi diari, si riferisce a questo “gay cancer” carico di pregiudizi. L’artista era terrorizzato all’idea di essere contagiato, anche perché molte persone della sua cerchia iniziavano ad ammalarsi e morire velocemente. Tra questi anche il suo partner di 25 anni più giovane, Jon Gould, un uomo per il quale Andy aveva una passione quasi ossessiva come si capisce dalle centinaia di foto che lo ritraggono (più di 300). Nel 1984, Jon sviluppa l’AIDS di cui muore due anni dopo all’età di 33 anni. È proprio in questo stesso periodo che Andy stava lavorando alla serie sull’Ultima Cena. Una coincidenza? Vorrei sottolineare che Gould era morto alla stessa età di Cristo…

Ecco che quindi la tela al Pittsburgh Museum si trasforma in un commentario sull’AIDS. A partire dall’etichetta col prezzo che circonda Cristo e le figure a lui più vicine, associandole ai numeri 69, una posizione sessuale, e 666, il marchio della bestia nel libro dell’Apocalisse; lo slogan “the big C” che proviene da un ritaglio di giornale del New York Post e che si può leggere in riferimento a Cristo ma soprattutto al “gay cancer,’ come lo chiama Andy; per finire con l’occhio penetrante del gufo delle Wise Potato Chips. Tutti riferimenti più o meno diretti a questa piaga degli omosessuali, alla cui comunità si riferiscono sia le immagini delle moto che quelle degli apostoli che circondano Cristo, non a caso tutti uomini. Questo dipinto si può leggere sia come una confessione di colpa da parte di Andy, membro anche lui di quella stessa comunità, sia come una richiesta d’aiuto, una richiesta di salvezza, garantita dalla figura mite di Gesù, che si è offerto in sacrificio all’umanità per salvarla dal peccato e che ora si offre allo spettatore, comparendo nella tela almeno quattro volte.

Rimane da chiederci cosa Andy Warhol avesse in comune con il grande Leonardo da Vinci. Prima di tutto il loro status di artisti straordinari e fuori dalla norma. Sia Andy che Leonardo hanno rivoluzionato l’arte nei secoli in cui sono vissuti, destando l’ammirazione ma anche la curiosità dei loro contemporanei. Non a caso sono due degli artisti più celebri della storia dell’arte e, ad oggi, le loro opere sono le più valutate sul mercato. Andy, come Leonardo, è stato un grande sperimentatore e visionario, che ha saputo anticipare comportamenti ed interessi della società moderna con grande acume. Pensiamo solo al modo in cui ha giocato con l’idea della popolarità, profetizzando l’influsso che avrebbero avuto i social media decenni dopo. È anche riuscito a costruirsi una persona, una maschera con la quale manipolare il suo pubblico che era letteralmente affascinato dall’artista. Andy e Leonardo erano sicuramente due persone dall’aspetto e comportamento eccentrico: il primo se ne andava in giro con parrucche e occhialoni, e rispondeva alle interviste con un sì ed un no; il secondo portava tuniche corte di colore rosa e i capelli lunghi ricci e biondi, e amava puntare il dito a tutto ciò che destava il suo interesse. Anche le loro abitudini alimentari erano piuttosto singolari, dato che Leonardo era un vegetariano e Andy aveva una dieta piuttosto limitata, anche a causa della sua fissazione col peso. L’omosessualità è un altro aspetto che li accomuna così come la loro abilità nel gestirla. Solo in un’occasione Leonardo fu accusato di sodomia e Warhol, attraverso alcune sue serie apertamente erotiche, trova il modo per accettare ed esprimere la sua sessualità nell’arte, nonostante i limiti imposti dalla sua educazione religiosa.

Tutte queste considerazioni e paralleli mi portano a pensare come Leonardo e Andy avessero delle personalità piuttosto simili. Schivi per natura, ma non per questo incapaci di muoversi all’interno della società – non dimentichiamo che Leonardo fu per molti anni un artista di corte a Milano e che Andy accoglieva artisti e celebrità nella sua Factory – entrambi seppero imporsi come icone del loro tempo. Non solo, ma dimostrarono di possedere una capacità straordinaria di leggere dentro gli enigmi della natura umana, mettendone in luce le contraddizioni ma senza imporre il loro giudizio. Per questo le loro opere continuano ad esercitare un certo fascino sul pubblico e vengono spesso definite come misteriose. Essi hanno dimostrato come essere eccentrici sia una forza e non una limitazione. Chi sa pensare fuori dagli schemi ordinari, vede cose che rimangono invisibili ai più. E questo è forse l’insegnamento più importante che l’arte di Leonardo ed Andy Warhol ci lascia oggi.

Opere: Andy Warhol di fronte all’Ultima Cena (Yellow) all’apertura di Andy Warhol – Il Cenacolo al Palazzo delle Stelline, Milano, 22 gennaio, 1987 (Photo by Mondadori Portfolio/Archivio Giorgio Lotti via Getty Images); Andy Warhol, l’Ultima Cena, 1986, vernice polimerica sintetica su tela, MoMA, New York; Andy Warhol, l’Ultima Cena, 1986, acrilico e inchiostro serigrafico su lino, The Andy Warhol Museum, Pittsburgh.

Musiche: Queen, Who Wants to Live Forever, 1986; Heinrich Isaac (ca. 1450–1517), Innsbruck, ich muss dich lassen (Innsbruck, ti devo lasciare); Elton John, The Last Song, 1992.

Musiche nel podcast: Charles Chaitman

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Eveline Baseggio

Born and raised in Treviso, Eveline is an art historian in Italian Renaissance and Baroque art who completed her Laurea Triennale and Specialistica in Conservazione dei Beni Culturali at Ca’ Foscari University of Venice, where her passion for Venetian art originated. In 2017, she completed her Ph.D. in Renaissance and Baroque Art at Rutgers University with a dissertation on Venetian Renaissance sculpture, which she is now turning into a book.

Eveline has worked in a number of art museums in New York and New Jersey (The Frick Collection, The Metropolitan Museum of Art, and the Zimmerli Art Museum) in different departments with a variety of roles, such as fellow, docent, and lecturer. She has also taught in various contexts, first at Rutgers University as a teaching assistant, a member of the Rutgers Early College Humanities program, and more recently, as an adjunct Professor at the Fashion Institute of Technology. During the pandemic, Eveline has begun offering online webinars sponsored by Friends of FAI, The National Arts Club, and Collina Italiana.

In her classrooms, lectures, and her Podcast, she aims to make art history accessible, useful, and engaging by using masterpieces from the past as a way to raise awareness about today’s critical issues.

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